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Romero e Pironio

· Nel punto di svolta della Chiesa in America latina ·

Fernando Llort particolare di un reliquiario di san Romero

Monsignor Romero non avrebbe sopportato tutte le sofferenze, che dovette sopportare nella sua difficile missione di pastore — «sembra che la mia vocazione sia quella di andar raccogliendo cadaveri», disse in un’omelia — se non avesse avuto al suo fianco un altro uomo di Dio che sta andando verso gli altari, monsignor Eduardo Pironio. Per sostenere questa affermazione mi baserò sulla vita trascorsa a fianco di monsignor Romero e a fonti poco conosciute, la principale delle quali è il ritiro che Pironio predicò ai vescovi centroamericani ad Antigua, Guatemala, nel luglio 1975.

Pironio incontra Romero in un momento di piena crisi esistenziale, dopo la pubblicazione dei documenti di Medellín. Ricordiamo la reazione di Romero, a quel tempo vescovo ausiliario di San Salvador e direttore del seminario arcidiocesano, nel settembre del 1971, nell’articolo intitolato «A tre anni da Medellín»: «Secondo la categoria dei pubblicitari per ogni prodotto si crea un ambiente buono o cattivo. Lo stesso è accaduto con i documenti del concilio e di Medellín. Non solo ci sono stati bravissimi interpreti del suo spirito, ma ci sono pure stati molti “ciarlatani” che li presentano come pretesto per nascondere le loro stravaganze».

E subito aggiunge: «Quello che vollero i vescovi latinoamericani, riunendosi a Medellín dal 24 agosto al 6 settembre del 1968, fu di applicare lo spirito del concilio alla realtà dell’America latina. Non è dunque strano che un Medellín, letto o udito senza tener in conto il soffio dello Spirito che animò il concilio, e dell’ambiente di riflessione e preghiera che ispirò i nostri vescovi, risulti per molti — come dice monsignor Pironio — “un invito alla violenza, dimenticando che l’unico cammino per un cambiamento veritiero passa sempre attraverso il cuore delle beatitudini del Vangelo”. E non è nemmeno strano che altri, per reazione ai primi o per non voler convertirsi, considerino Medellín “come una parola proibita, come se la Chiesa si fosse dimenticata di Gesù Cristo e avesse corrotto la Parola di Dio”».

Monsignor Romero conclude il suo ragionamento in un modo che annuncia quello che vivrà anni più tardi come arcivescovo di San Salvador: «Medellín è una vera Pentecoste nel nostro continente. Lo Spirito segnò lì l’ora e scoprì il vero volto della Chiesa di Cristo incarnata, dando risposta ai nostri popoli».

Un passo avanti in questo cammino Romero lo compie nel “mese della riflessione”, al quale partecipa la maggioranza dei vescovi centroamericani nell’agosto del 1972, ad Antigua, in Guatemala. Un articolo di monsignor Romero, pubblicato con il titolo «La vera missione profetica della Chiesa in America latina», descrive così il ritiro guidato da monsignor Pironio: «Il ritiro spirituale che ci predicò dalla prima sera monsignor Pironio ci pose precisamente in questa “ora” della nostra storia che, come l'“ora” di Gesù, è un’ora di croce pasquale, di dolorose speranze che reclama dai pastori attuali un grande silenzio di preghiera, aperto alla Parola di Dio, una grande povertà di spirito che è disponibilità di dialogo e di servizio».

E così descrive Pironio: «La parola ispirata di questo grande vescovo moderno, segretario generale del Celam nominato da poco vescovo di Mar del Plata, ci fece riflettere sulla vera missione politica della Chiesa in America latina e sul vero senso della liberazione cristiana che, per essere impulso dello Spirito di Dio e per avere come meta la libertà piena e il trionfo sul peccato e le sue conseguenze, è più che una semplice urgenza della storia o un grido rivoluzionario e va molto al di là degli orizzonti della storia e molto più in profondità del semplice aspetto socioeconomico».

Il messaggio del vescovo argentino è sceso in profondità in Romero, che più avanti annota: «Invitò a proclamare con semplicità e fervore il messaggio di salvezza, perché l’unico cammino della vera liberazione è vivere le beatitudini del Vangelo. Se le beatitudini non hanno la forza per realizzare i nostri necessari cambiamenti, si dovrebbe abbandonare il Vangelo come un’utopia e dire che Cristo non ebbe la capacità di offrire il vero fermento per la trasformazione umana e sociale».

Un anno più tardi, in un commento da direttore del settimanale «Orientación», Romero torna sul tema, ricordando le parole di Paolo VI all’apertura dei lavori dell’episcopato latinoamericano riunito nella bella città colombiana: «Dalla cattedrale di Bogotá, Paolo VI delineò i “tre orientamenti” che dovevano guidare i vescovi nella loro riunione di Medellín, cinque anni fa, in questi giorni di agosto e settembre: rinnovamento spirituale, traboccante carità pastorale e concreta sensibilità sociale. Sopra queste tre coordinate si costruirono le celebri “Conclusioni” che, mesi più tardi, lo stesso Papa definì “monumento storico”».

E con tono di lamento, poi scrive: «Se non si fossero persi di vista quei tre “orientamenti”, che connettono la prospettiva dei documenti di Medellín con lo spirito del concilio Vaticano II, non si sarebbe sfigurato tanto quell’evento ecclesiale che, con buoni motivi, monsignor Pironio defini “il passaggio del Signore attraverso il continente”».

Concludo questo breve ricordo di Medellín visto attraverso gli occhi preoccupati e speranzosi del futuro santo dei poveri: «Perciò ho potuto fare questa precisazione allo stesso monsignor Pironio, uno degli autentici profeti di questa ora dell’America: “Essere fedeli a Medellín significa lasciarci invadere dal suo spirito religioso. Cioè, lasciarsi penetrare dall’azione trasformatrice dello Spirito santo che ci chiama a essere profeti e testimoni, vera presenza del Signore risorto che ci fa profondamente interiori, uomini di riflessione e di studio, di serena ricerca, di dialogo e di contemplazione e che ci lancia alla costruzione di un mondo, dell’uomo nuovo e della società nuova, con spirito di servizio. Medellín non è il Vangelo. Però non è nemmeno un semplice elenco di principi sociali. È una manifestazione ed esigenza concreta dello Spirito in un momento determinato della storia. È un modo di proporci il Vangelo con le sue esigenze di salvezza e di apostolato”».

Occupiamoci adesso del momento decisivo nella ricerca che anima il futuro martire. È il ritiro che monsignor Pironio predicò all’episcopato centroamericano, sempre ad Antigua, in Guatemala, nel luglio del 1975. Osserviamo che è lo stesso ritiro che il vescovo argentino tenne alla curia romana, per invito di Paolo VI, l’anno precedente. Siccome il predicatore era solito dare lo schema delle sue conversazioni, è facile verificare come monsignor Romero prese le sue note.

Nelle citazioni seguenti, prese dagli appunti personali di monsignor Romero, mi pare di vedere uno specchio del suo cammino spirituale. Vi invito a meditarle con me: «Senso del ritiro: 1) Partire dalla realtà. La nostra realtà: quella del mondo in cui viviamo, quella della nostra Chiesa: realtà pasquale e gaudiosa, presenza del Signore resuscitato, pace, gioia, però a partire dalla croce e dal dolore. La nostra realtà sacramentale: “Chi ascolta voi, ascolta me e Colui che mi ha inviato”. 2) Un incontro con Cristo nel deserto. Marco, 6, 10ss. Silenzio. Contemplazione. Azione. Un clima di deserto forgiò i grandi strumenti di Dio. Dalla contemplazione si conosce meglio il mondo, la storia. Dato che è unione con Dio, sappiamo dove vanno i suoi disegni. 3) In comunione con la Chiesa. Non si concepiscono esercizi spirituali di vescovi che non si sentano in comunione con la Chiesa universale. Comunione di preghiera, di riflessione, di fraterna unione con il Papa e con i vescovi. Come realtà dentro la missione della Chiesa. Sentire la Chiesa come la descrive Medellín: povera, missionaria, pasquale. 4) Da qui sorge la nostra attitudine in questi esercizi: povertà, disponibilità, preghiera. Come Maria povera. Sempre disposta a dire sì al Signore, sempre in contemplazione e preghiera: “Meditava tutte queste cose nel suo cuore”».

di Gregorio Rosa Chávez

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21 settembre 2019

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