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Romanzo dell'indipendenza

· Il 23 dicembre 1815 veniva pubblicato "Emma" di Jane Austen ·


«Ho scelto un’eroina che non piacerà molto a nessuno tranne me»: in questi termini, nel marzo 1814, Jane Austen descrive Emma, la protagonista del romanzo eponimo a cui sta lavorando. Una presa di posizione singolare, quella dell’autrice, che sembrerebbe quasi prefigurare lo scarso successo riscosso dal libro nei suoi primi anni di vita. 

Ritratto della scrittrice (XIX secolo)

Pubblicato anonimo il 23 dicembre 1815, in tre volumi al prezzo di una ghinea, con la sola indicazione «dall’autrice di Orgoglio e pregiudizio», il romanzo vende poco, nonostante un certo successo iniziale: dopo i primi quattro anni, le copie rimaste vengono svendute addirittura a due scellini. Ma quelle parole che suonarono profetiche allora, sono oggi del tutto smentite dal fatto che, a duecento anni dalla sua pubblicazione, Emma si è affermato come classico della letteratura mondiale.
Completamente incentrato sulla protagonista, Emma Woodhouse, «bella, intelligente e ricca, con una casa confortevole e un carattere allegro», della giovane signorina di campagna il romanzo descrive pensieri e propositi, apparentemente spensierati e leggeri: a ben vedere, però, ne indica un’inquietante dimensione dello spirito, quella della separatezza. Emma è orfana di madre, vive con il padre ipocondriaco che accudisce con pazienza, rassicurandolo per le sue continue e futili paure: la sorella vive lontana, assorbita da marito, figli e occupazioni domestiche; la sua istitutrice, la signorina Taylor, si è oramai sposata; la sua amicizia con Harriet, una giovane e ingenua ragazza del posto, è asimmetrica per una differenza di ceto e di età, che rende la seconda completamente succube della prima. Insomma, Emma soffre per la mancanza di una figura di riferimento, che possa orientare e insieme arginare il suo ego volitivo, celato dietro un paravento di composta formalità tipicamente inglese.
La sua occupazione principale, nella piccola comunità di Highbury, consiste nel gestire le vite degli altri, indirizzandone i sentimenti, pianificandone gli incontri, combinandone i matrimoni: ma spesso quell’opinione troppo alta che ha di sé, la porta a interpretare la realtà secondo i propri desideri, senza comunicare con le persone a lei vicine, ridotte a tessere del puzzle immaginario di una viziata ragazza di buona famiglia, arroccata nei bastioni del proprio io. Gli errori di valutazione dell’irreprensibile Emma, frutto di una comunicazione viziata, rappresentano infatti il sottotesto di una storia che oscilla tra il romanzo rosa, la commedia e il dramma, a seconda del livello di lettura (o ri-lettura) a cui la si vuole approcciare. Emma crede che il signor Elton, il curato di Highbury, sia innamorato di Harriet e, mentre plagia il cuore dell’amica affinché corrisponda tale sentimento, è lei a ricevere dal signor Elton stesso una richiesta di matrimonio, che anziché lusingarla la farà infuriare per aver rovinato i suoi piani. Le attenzioni di Emma, infatti, sono tutte rivolte a Frank Churchill, il figliastro della signorina Taylor (divenuta signora Weston), che la ragazza crede sia infatuato di lei. Ma anche questa sua supposizione si rivela infondata, nonostante le sue continue speculazioni sul comportamento del giovane, sapientemente ritratte nella narrazione dal discorso indiretto libero. Per finire, le congetture di Emma su un innamoramento da parte del signor Knightley, amico di famiglia e fratello del cognato, nei confronti di Harriet, sono così fuori dalla realtà, da non permetterle di accorgersi che egli è invece innamorato di lei.
All’intricata trama del romanzo, contribuiscono anche tutti gli altri personaggi che popolano il ristretto, ma pettegolo mondo di Highbury, nessuno escluso: tutti equivocano e cadono in errore, fraintendendo una delle realtà più complicate, quella del cuore, perché la interpretano con le categorie della supposizione. Tutti evitando uno “sconveniente” confronto diretto, un dialogo sincero, come se ogni apertura reale nei confronti del prossimo scalfisse il proprio orgoglio e fosse prova di debolezza: è da tale mancanza di dialogo, che ogni opinione è destinata a trasformarsi in pregiudizio. Il signor Knightley e i Weston, ad esempio, credono che Emma ami Frank Churchill, mentre quasi tutti equivocano il rapporto fra Churchill stesso e Jane Fairfax, una riservata e distinta musicista orfana, con lui segretamente fidanzata.
Il finale della storia è in un certo senso “tradizionale”: la realtà dei diversi sentimenti viene svelata, Emma si ritrova a essere chiesta in moglie dall’«insospettabile» signor Knightley, che deciderà di sposare, mentre Frank Churchill sposa Jane Fairfax e Harriet il signor Martin, un agricoltore che da tempo si era fatto avanti, ma che era stato rifiutato a causa delle pressioni di Emma sull’amica.
Nonostante la sua presunzione e il suo narcisismo, Emma è dotata di un’indipendenza di spirito che permette al lettore di guardare oltre i suoi difetti. Oltre a essere bella, intelligente, in fondo di buon cuore, è una tipica eroina austeniana che non si piega ad alcun principio di autorità maschile. Né del padre, né del cognato, né dei conoscenti che popolano la sua casa, né tantomeno del signor Knightley che, pur essendo segretamente innamorato di lei, la tratta in modo paternalistico. Il sentire di Emma è spontaneo e senza schermi, come quando, ad esempio, esprime apertamente teorie poco lusinghiere su ciò che muove il gusto maschile, attratto più da «leggiadri faccini» che da «menti piene di cultura».
Ma l’indipendenza di Emma è stata vergata dalla penna di Jane Austen, un’autrice libera, diretta, sagace, ironica e soprattutto autoironica. Uno dei suoi ammiratori era sua maestà Giorgio IV, il principe reggente che, attraverso il suo bibliotecario, la invitò nella residenza londinese, Carlton House, per comunicarle che le era concesso dedicargli Emma, romanzo in quel momento in uscita. Jane Austen, anziché onorata, si mostrò talmente riluttante, che uno dei suoi amici fu costretto ad avvertirla che quel permesso doveva essere considerato un ordine.

E così la dedica — che recita «A sua Altezza Reale il principe Reggente, quest’opera è con il permesso di sua altezza reale, col massimo rispetto dedicata, dalla devota e obbediente umile serva di sua altezza reale, l’autrice» — più che il compiacimento di un onore ricevuto esprime, per l’ironia implicita, l’insopprimibile libertà di spirito di una donna che nel fare artistico ha radicato la sua indipendenza.

di Elena Buia Rutt

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05 dicembre 2019

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