Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Roma vista dal Monte Athos

· Sui rapporti tra ortodossi e cattolici ·

Se noi cattolici potessimo comprendere davvero l’ortodossia, e se accadesse anche l’inverso, non ci sarebbero stati scisma, scomuniche, scortesie, incomprensioni, distanze, necessità di impegnarsi in un dialogo quotidiano in vista di una riconciliazione completa ancora lontana. Le motivazioni stesse del distacco si annidano in storie diverse dal punto di vista culturale, a partire dall’uso linguistico greco e latino nelle celebrazioni liturgiche.

La Santissima Trinità (affresco del monastero di Vatopedi)

Gli esperti confermano che sul piano dottrinale le differenze sono minime, che basterebbe un piccolo sforzo per cancellarle o ancora meglio per accoglierle in un pluralismo che rende più ricca la Chiesa di Cristo. Gli attriti, i disaccordi si annidano in tradizioni ecclesiali divergenti, gelose delle proprie prerogative e solo di recente disponibili a impegnarsi nella comprensione della storia e delle modalità di crescita dell’altro. L’autocefalia, la gestione sinodale propria dell’ortodossia, appare ancora distante dal primato del Papa che caratterizza il cattolicesimo, solo da poco tempo si comincia a scorgere la continuità esistente fra le due forme di governo della Chiesa e ad apprezzarne la complementarietà anziché condannarne l’opposizione.

Quello che si può fare, e per ciò stesso si deve fare, è ascoltarsi reciprocamente, rendere visita con rispetto e curiosità generosa ai luoghi dell’altro, riconoscendo in essi quello che c’è di comune. Sorprendendosi per le somiglianze almeno quanto lo facciamo per le diversità.

Un monaco di Simonopetra mi spiegò che il Monte Athos ha per l’ortodossia una centralità paragonabile a quella del Vaticano per il cattolicesimo: un punto di riferimento, un ambito a cui guardare per un conforto nella fede, dove recarsi per una conferma, da cui ricevere un indirizzo. In pieno accordo con la sensibilità ortodossa questa funzione viene svolta in modo pluralistico, sinodale, considerando la coesistenza delle differenze una manifestazione del mistero dell’incarnazione, da contemplare, non da reprimere.

Capita allora di incontrare monasteri che ospitano esperienze comunitarie di conferenze episcopali regionali italiane e catholicon, chiese dei monasteri, dalle quali si viene cortesemente estromessi da un monaco di origini australiane che ti invita a prendere un tè insieme, mentre ti avverte che la regola del monastero proibisce anche la semplice visita del luogo dove si celebrano le liturgie; non solo ai credenti di altre religioni ma anche agli eterodossi. Di atei non si accenna neppure.

Fra le sorprese si segnalano quelle artistiche e non solo i laboratori dove si dipingono icone rispettando le tecniche sia formali che di preparazione dei colori in uso nel medioevo, appartati in luoghi remoti e non facilmente raggiungibili. Lì la preghiera si mescola in modo inestricabile con una pratica artigianale sofisticata, che a volte trascende in qualcosa di più elevato.

Nel catholicon più grande del Monte Athos, presso la Skiti, la dipendenza monastica, del profeta Elia, si può ammirare un’iconostasi immensa, di più di trenta metri di larghezza, dono dello zar Nicola ii, realizzata in un impeccabile stile liberty nella Russia zarista ai primi del Novecento, con decine di grandi tele montate su di una parete che si dice sia coperta da oro zecchino del peso complessivo di alcuni quintali.

Ma la sorpresa più grande, e commovente, è l’incontro con gli affreschi che decorano la facciata del catholicon di Vatopedi, monastero prestigioso e tradizionalmente abituato alle visite illustri, tra le quali si segnalano frequentatori abituali quali il principe Carlo d’Inghilterra e più di recente il presidente russo Vladimir Putin. Le pitture, suddivise in riquadri, raffigurano scene evangeliche. Bellissima la fuga in Egitto. Sono destinate a illustrare ai pellegrini la vita di Cristo, raffigurato sempre padrone della situazione e sorridente, anche durante la passione, secondo l’uso bizantino. A colpire il visitatore latino, come chiamano qui i cattolici, e italiano in particolare, sono le architetture che inquadrano le scene, con i loro accenni di prospettiva, che evocano città turrite, trabeazioni di chiese, paesini arroccati in cima a colline lontane.

È impossibile non accostare nella mente queste geometrie a quelle giottesche della chiesa superiore di Assisi, che raccontano la vita del santo inserita in un contesto figurativo dalla rassomiglianza impressionante con quello, quasi certamente coevo, di Vatopedi. Nel monastero è conservata una reliquia di grande valore: la cintura della Madonna, secondo alcuni tessuta da lei stessa. Forse la metà, tagliata per lungo, della Sacra Cintola che si trova nel duomo di Prato.

Di fronte a queste suggestioni artistiche, e a questi legami sotterranei ma robusti, è impossibile non comprendere quanto la prossimità prevalga sulla distanza e non riflettere su quella frase ricorrente nei documenti di Papa Francesco: il tempo prevale sullo spazio. In prospettiva l’unità vince la divisione.

di Sergio Valzania

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE