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Roma stregata dal nipote di Chaplin

· Tra delusioni e sorprese nessun capolavoro al Festival del film che si avvia alla premiazione ·

A poche ore dalla premiazione, è molto difficile dire quale pellicola potrà vincere il Festival del film di Roma. Anche se la qualità del concorso complessivamente è stata buona, è mancato infatti il capolavoro che si staglia sugli altri.

Sicuramente ha deluso il favorito della vigilia: The eye of the storm di Fred Schepisi. Accreditato di buone chance anche perché derivato dall’omonimo romanzo del premio nobel Patrick White, storia di una famiglia dal nobile passato che si riunisce per l’ultima volta attorno alla madre in fin di vita.

La partenza è col botto, una mezz’ora di dialoghi serratissimi che sintetizzano con battute a raffica e spirito caustico il carattere dei personaggi e i loro rapporti. Delineando al contempo il preciso contesto sociologico di una famiglia in decadenza con corredo di servitù affezionata e devota come in un grande romanzo russo. Il tutto sostenuto da una battaglia di bravura fra Geoffrey Rush, Judy Davis e una Charlotte Rampling in una performance che riassume tutta una carriera.

A metà racconto, però, qualcosa si inceppa. In particolare, alla sceneggiatura non riesce la «regola del gioco» di renoiriana memoria, ossia il cortocircuito fra servi e padroni che rischia di mandare tutto all’aria. Così come sembrano arenarsi i destini dei componenti della famiglia. E i flashback su cui a lungo si indulge non fanno venire alla luce grossi significati.

Sono altri, semmai, i film che hanno destato un certo interesse durante gli ultimi giorni del festival. La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski è uno studio polanskiano su alienazione e follia latente. Con pochi tocchi il regista polacco crea un’atmosfera da incubo servendosi magistralmente del milieu della periferia parigina. Sul versante del thriller psicologico alla fine si può rimanere insoddisfatti per una storia che si avvita troppo su se stessa. Ma con le sue tante sottotrame lasciate in sospeso, il film rimane un’ottima metafora della condizione dello scrittore e dell’impasse creativa. Dove un sorprendente Ethan Hawke si trova alle prese con una conturbante Kristin Scott Thomas, allo stesso tempo musa e morte.

Magic Valley dello statunitense Jaffe Zinn è invece incentrato su una storia raccontata già tante volte. Una provincia americana di uno Stato del nord, una ragazza uccisa chissà perché, i destini di chi la conosceva che si aggrovigliano sempre di più via via che il racconto procede. Tra Gus Van Sant, un pizzico di Twin Peaks e l’Eastwood di Mystic River , Zinn rischia di pagare debiti troppo ingombranti. Ma in fondo si tratta di un tipo di storia che non si può smettere di raccontare. Perché è in questi piccoli insediamenti urbani strappati con fatica alla natura selvaggia che si annida più che altrove il tragico americano. E quindi il malessere di una nazione, le contraddizioni di una cultura. Di suo il giovane regista ci aggiunge in ogni caso uno stile pulitissimo fatto di placide inquadrature in cui la cinepresa è sempre piazzata al punto giusto.

E se si legge fra le righe dei dialoghi e di una simbologia sottile ma pregnante, si noterà come i tasselli della narrazione alla fine si incastrano in un mosaico perfettamente coerente. Che ci racconta come il nichilismo può allignare nel profondo di una società — perfettamente sintetizzata da un microcosmo, come avveniva nei vecchi western — se non si tengono in dovuto conto i rapporti umani e i valori che si nascondono anche nei più piccoli gesti quotidiani.

Il coreano Poongsan è l’opera più stravagante del gruppo. Inizia come un film politico sulla divisione fra le due Coree, ma diventa presto una sorta di action-movie venato di melodramma, come se ne facevano fino a qualche anno fa a Hong Kong. La vivace sceneggiatura è firmata niente meno che da Kim Ki-duk, ma la regia del suo pupillo Juhn Jaihong è tutt’altro che memorabile, e non supporta con il dovuto lirismo né il cuore melò della storia, né il suo contorno storico-politico. La parte più «muscolare» del film rimane quindi la più convincente, e ne fa comunque un solido prodotto di genere.

Un’opera che invece rischia di essere sottovalutata è Voyez comme ils dansent del veterano francese Claude Miller. La vita di un giovane attore di teatro che fa dell’uso del corpo il perno dei propri spettacoli, viene rievocato dai ricordi della moglie. Dopo un malore in teatro, l’uomo si innamora dell’infermiera che lo ha soccorso, e fugge con lei fra le foreste di Alberta, in Canada, lasciandosi alle spalle l’arte e cambiando completamente stile di vita. Almeno finché i suoi demoni glielo permetteranno. Miller racconta questo tormentato percorso esistenziale assecondando gli andirivieni temporali della memoria, dandogli così un’enigmatica scansione da thriller. E se alcuni snodi narrativi sono pretestuosi (come quello che fa incontrare casualmente le due donne) è con un vero colpo da maestro che alla fine ci viene svelato il mistero del protagonista, il significato della sua arte, e il motivo profondo che lo aveva portato a doverla «sconfiggere» in senso freudiano. Si tratta di una scena di pochi secondi, un’epifania, che rischia di non essere colta da molti spettatori, e che invece sta a questo film-sciarada come la parola Rosebud sta a Quarto potere . La chiave per aprire lo scrigno di un’intera esistenza. E se qui non c’è Orson Welles, c’è però un nipote di Charlie Chaplin che farà parlare di sé, l’incredibile performer James Thierrée.

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21 febbraio 2018

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