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Roma e le sue ombre

· I paesaggi della città eterna nl cinema da Rossellini a Sorrentino ·

Questi forse non sono i tempi migliori per la reputazione di Roma. Eppure sono ormai decenni che il grande schermo ci restituisce un’immagine diversa da quella della città umana e solare che ne può trarre un turista di passaggio. E se il cinema d’oltreoceano, da Vacanze romane (William Wyler, 1953) a To Rome with love (Woody Allen, 2012), tende sempre a conservare qualche indulgente tonalità da cartolina, quello italiano è stato spesso severo nel descriverla come una città tanto meravigliosa quanto spietata, infida, pericolosa, capace di ammaliare e sedurre ma anche di corrompere, disorientare o addirittura spaventare.

«Roma» (1972)

Il primo pensiero di Roma al cinema non può che andare a La dolce vita (Federico Fellini, 1960), soprattutto da quando il ricordo del capolavoro felliniano è stato rilanciato da quella sua parafrasi che è La grande bellezza (Paolo Sorrentino, 2013). Entrambe storie di un’innocenza perduta a causa di un contesto sociale imbevuto di sguaiato edonismo, inevitabile specchio di una città talmente bella da indurre facilmente alla pigrizia e alla lascivia. E quanto l’immaginario provinciale del regista riminese fosse stato segnato dal suo arrivo nella capitale, lo si vede ancora meglio in Roma (1972), visionario, delirante affresco in cui una capitale espressionista genialmente ricostruita in studio da Danilo Donati riesce a cogliere in molti momenti l’essenza della vita romana vista dall’esterno, ovvero da chi romano non è, soprattutto nei suoi aspetti più truci e funerei.

Ma già il neorealismo, pur nel suo distacco documentario, si era accorto di una Roma sostanzialmente inospitale. E se in Rossellini c’è un’asciuttezza più aderente alla pagina storica, in De Sica troviamo una città sottilmente trasfigurata in un’entità a se stante e lontana dalle necessità dell’individuo. In Ladri di biciclette (1948) padre e figlio alla ricerca della bicicletta sottratta si perderanno in un labirinto di viottoli, ma soprattutto nella confusione di un luogo in cui una vicenda personale, per quanto drammatica, sembra non poter interessare a nessuno.

di Emilio Ranzato

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26 febbraio 2018

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