Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Rohingya
tra monsoni e rischio
di radicalizzazione

· Critiche le condizioni di vita nei campi profughi in Bangladesh ·

I responsabili della Forza di sicurezza di confine dell’India e della Guardia frontaliera del Bangladesh (Bgb) si sono incontrati a Dacca per discutere di diversi temi. Il vertice è stato il primo dall’insediamento del secondo governo indiano del premier Modi, nonché il quarantottesimo dal 1975.

La riunione ha avuto luogo nel quartier generale della Bgb, nell’area di Pilkhana della capitale bengalese. Le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, che condividono un confine di ben 4.096 chilometri, sono molto buone. Numerosi gli argomenti in discussione (il contrabbando di banconote false, di droga, di bestiame e altri reati collegati, oltre alle misure per prevenire attacchi contro il personale di sicurezza di frontiera e il contrasto ai gruppi ribelli). Ma uno dei temi principali in agenda è stato quello relativo al movimento lungo il confine dei rohingya, considerati dalle Nazioni Unite tra le minoranze più perseguitate e rifiutate al mondo.

E in Bangladesh le prime piogge monsoniche hanno colpito gli insediamenti dei rohingya nella zona di Cox’s Bazar. Il Palazzo di vetro dell’Onu ha più volte lanciato il piano di risposta congiunta per la crisi umanitaria dei rohingya, chiedendo interventi economici per soddisfare i bisogni immediati di quasi 900.000 rifugiati e oltre 330.000 bengalesi nelle zone colpite dalle piogge torrenziali, che potrebbero favorire la diffusione di malattie e complicare ulteriormente l’accesso alle cure.

I rohingya provengono principalmente dallo Stato del Rakhine, nel nordovest del Myanmar, uno dei più poveri della regione, che conta circa un milione di abitanti della minoranza musulmana su una popolazione di tre milioni di persone, a maggioranza buddista. Dal 1948, anno d’indipendenza del Myanmar, i rohingya hanno costantemente subito diverse forme di discriminazione (mancato conferimento della cittadinanza, negato accesso all’istruzione secondaria, limiti alla libertà di movimento). Ma dall’agosto del 2017 la già difficile situazione è drasticamente peggiorata. Quasi un milione di persone son dovute fuggire a causa delle brutali violenze dei militari governativi del Myanmar, trovando rifugio in campi di accoglienza nel vicino Bangladesh, ormai, però, al limite del collasso. Vittime di omicidi di massa, stupro, tortura, distruzione sistematica delle case e dei luoghi culturali nel Rakhine e privati della cittadinanza (ciò li rende apolidi a tutti gli effetti), molti rohingya da quasi due anni sono così stati costretti ad abbandonare un Paese che non li vuole. E sono obbligati a sopravvivere in disseminati e sovraffollati campi profughi oltreconfine, in condizioni igienico-sanitarie precarie ed esposti a seri rischi per la salute.

Senza mezzi termini, l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha più volte espresso il convincimento che contro i rohingya sia stato perpetrato — e sia tuttora in corso — un vero e proprio genocidio. Un ulteriore allarme riguarda la possibile crescita dell’estremismo tra i bambini rohingya. Secondo attivisti per i diritti umani, il Governo di Dacca starebbe vietando ai figli dei profughi di frequentare la scuola assieme ai bambini bengalesi. E questo vuoto educativo sarebbe “colmato” da madrasse coraniche, alcune delle quali — denunciano gli attivisti — di ispirazione estremista. L’allarme degli esperti è per la possibile «radicalizzazione» dei bambini rohingya, dato che alcune madrasse sembra siano gestite da un gruppo estremista del Bangladesh noto per le sue accese proteste.

Molto complicata la situazione anche per i rohingya rimasti in Myanmar, soprattutto per i più giovani. Nelle aree dove i musulmani rohingya sono maggioritari, le autorità del Myanmar hanno chiuso le tradizionali scuole di ispirazione religiosa islamica, costringendo i ragazzi a frequentare aule con insegnanti buddhisti, che utilizzano una lingua che molti nemmeno conoscono. In altre regioni sono invece discriminati in quanto minoritari e per la loro fede, senza poter accedere ai servizi di base. Proprio per questo, la povertà spinge un gran numero di bambini a lavorare anche a 10 anni di età per l’equivalente di un dollaro al giorno. L’esclusione dai diritti fondamentali e la povertà endemica, dunque, pongono i giovani rohingya doppiamente a rischio. 

di Francesco Citterich

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE