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Rocco e le sue donne

· ​Le figure femminili nel capolavoro di Luchino Visconti ·

Il cinema italiano non è ricchissimo di sceneggiature perfette e straordinariamente complesse come quella scritta da Luchino Visconti, Suso Cecchi D’Amico, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa ed Enrico Medioli per Rocco e i suoi fratelli (1960), su un soggetto che coinvolge anche i nomi di Vasco Pratolini e naturalmente Giovanni Testori, autore del romanzo Il ponte della Ghisolfa a cui il film liberamente si ispira. E altrettanto raro è trovare un testo così felice fra quelli scritti a più mani.

Annie Girardot nel ruolo di Nadia

Una delle tante tematiche che attraversano i vari piani narrativi e drammaturgici di questo capolavoro, è quella che riguarda i personaggi femminili. Rosaria, la madre vedova dei cinque fratelli lucani che cercano fortuna a Milano, è una figura che se comparisse in un film non italiano si direbbe stereotipata nel suo granitico aspetto meridionale. Al regista d’altronde interessa fino a un certo punto la credibilità del dettaglio sociologico o storico, perché rappresenterebbe una zavorra per la sublimazione verso il tragico e il romanzesco, suo abituale obiettivo. E non è un caso allora che per il ruolo abbia scelto la greca Katina Paxinou, grande attrice teatrale con un curriculum ineguagliabile nelle tragedie classiche.
Rosaria è dunque una figura metafisica più che arcaica, prestorica più che preistorica. E in questo può essere accostata all’Accattone pasoliniano dell’anno successivo, in una fase in cui il cinema italiano, sempre più interessato a osservare le zone grigie del nuovo benessere, è però allo stesso tempo incline a esplorare dimensioni che esulano dal contingente, come contraltare dialettico o come esplicita scappatoia poetica. La madre di famiglia sarà infatti anche quella più incapace di cambiare, rimanendo ancorata a un mondo destinato a sparire. E Visconti allora se ne serve più che altro come punto di riferimento per delineare, per contrasto, le altre figure femminili.
Prima fra tutte, in ordine di apparizione, quella di Amelia, la madre della futura nuora Ginetta, a casa della quale la famiglia cerca riparo appena arrivata. Questa è un omologo di Rosaria appena più evoluto. O per meglio dire già contagiato dall’atmosfera e dai ritmi della grande città, che la portano a trattare con scortesia i nuovi arrivati e sostanzialmente a rinnegare le proprie origini. Prefigurando dunque i cambiamenti ai quali sono inevitabilmente destinati anche i protagonisti.
A Rosaria si oppone allo stesso modo la stessa Ginetta (Claudia Cardinale), moglie del figlio Vincenzo che vediamo perfettamente a suo agio nell’ambiente di lavoro, e in una scena addirittura coinvolta in una zuffa fuori da un campo sportivo. Le nuove generazioni di donne meridionali non hanno paura delle sfide della modernità, né di pagare eventualmente il prezzo della perdita di comportamenti femminili. Questioni di superficiali apparenze, d’altronde. Perché più avanti vedremo la giovane donna altrettanto disinvolta nel ruolo di moglie e madre. Anche senza comparire molto nel film, quella di Ginetta è una figura che ne segna la linea ideologica. Che a dispetto dei presupposti, del calore con cui vengono tratteggiati i protagonisti, e della sensibilità decadentista del regista, si concretizzerà in una netta apertura a favore della modernità.
Ma la figura più complessa, e quella capace anche da sola di riassumere la poetica del film, è quella di Nadia (Annie Girardot), prostituta dall’infanzia difficile che avrà una relazione sia con Simone che con Rocco, provocando la gelosia e infine la furia omicida del primo. Per quasi tutto il film il suo è il ruolo dell’elemento disgregante. Il suo lavoro, in se stesso, non è ovviamente caratteristica peculiare del nord, ma è comunque un simbolo di quella libertà e delle sue aberrazioni da cui la famiglia di immigrati è spaventata fin dall’inizio.
Nel finale tragico, tuttavia, sarà lei la vittima di questa famiglia incapace di adattarsi alla realtà e ai cambiamenti. Prima rinunciando all’amore probabilmente salvifico per Rocco, per il bene dell’unità familiare, e poi soccombendo alla violenza di Simone, uomo possessivo e primitivo, che una Milano spietata nella sua selezione naturale ha decretato come inadatto non solo alla metropoli, ma alla vita moderna in generale. E fra l’altro non meno pericoloso di Nadia nella sua dionisiaca capacità di seduzione e di corruzione, come dimostra la scena in cui si approfitta della matura proprietaria di una stireria (Suzy Delair).
Figura dunque complessa, profonda e a tratti persino cristiana nel suo spirito di sacrificio sia consapevole che inconscio, Nadia è uno di quei personaggi che inevitabilmente destano scandalo al loro primo apparire sullo schermo, salvo poi rimanere nell’immaginario collettivo per la loro carica di umanità.
A sancire definitivamente l’importanza straordinaria dei personaggi femminili nel film, è infine l’epilogo dedicato a Ciro — quello dei fratelli che ha meglio accettato la nuova realtà metropolitana — e alla sua fidanzata Franca (Alessandra Panaro). Figura volutamente appena accennata. Bidimensionale icona di purezza e speranza nel futuro.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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