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Sullo sfondo
degli Esercizi spirituali

· Convegno a Lugano su Carlo Maria Martini ·

Frontespizio della prima edizione a stampa degli «Esercizi spirituali» di sant’Ignazio di Loyola

«Dei verbum religiose audiens et fidenter proclamans” - “In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia” vive la Chiesa. È con queste parole che si apre la Costituzione dogmatica sulla divina rivelazione del concilio ecumenico Vaticano II. Esse potrebbero ben esprimere il compito fondamentale cui ha consacrato la propria vita Carlo Maria Martini: discepolo innamorato e fedele di Gesù, Parola vivente di Dio, egli ha inteso seguire il Maestro “in religioso ascolto” della sua parola, sulle orme di sant’Ignazio di Loyola, alla cui scuola è andato formandosi sin dalla giovinezza. L’ispirazione ignaziana della spiritualità e del pensiero di Martini si coglie nel richiamo costante alla presenza di Dio e nell’impegno a misurare su di essa la verità delle scelte e dei comportamenti, come pure in un preciso metodo di ricerca e di riflessione, che il fondatore dei gesuiti ci ha consegnato attraverso il prezioso strumento degli Esercizi spirituali. Il riferimento al Dio presente e vicino, tale anche quando la sua presenza si avvolge di silenzio, è reso da un’idea, centrale nella spiritualità e nella lingua di Ignazio: quella della riverenza. Si tratta del rispetto profondo, che nei confronti dell’Altissimo si fa adorazione e che investe il rapporto verso ogni creatura. Vi accenna già il principio e fondamento degli Esercizi: «L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore e salvare così la propria anima». Ne sviluppa il significato e le conseguenze la contemplazione per ottenere l’amore, che nella quarta settimana degli Esercizi intende educare a un sempre vigile riconoscimento del dono dall’alto in tutto ciò che esiste. Carlo Maria Martini ha vissuto questa “riverenza” in maniera radicale nei confronti di Dio, ascoltato e amato nella sua Parola: sta qui la radice ignaziana della sua spiritualità biblica, del suo amore alla Sacra Scrittura e della sua proposta circa il primato da dare all’ascolto della rivelazione divina e alla conseguente “dimensione contemplativa della vita”. Tutto nasce dal fare esperienza dell’ineffabile vicinanza divina, educandosi a percepire le mozioni interiori con cui lo Spirito guida i credenti, grazie a un costante impegno di unione con Dio. Chi ha conosciuto Martini sa quanto intensa e profonda fosse in lui questa riverenza, al tempo stesso docile e inquieta, luminosa e oscura. Il rispetto adorante dovuto alla divina presenza nella Parola rivelata — e dunque alla Dei loquentis Persona (Karl Barth) — era un atteggiamento costante in lui, la sorgente continua di ispirazione e di luce per il suo discernimento e il suo impegno. 

La riverenza verso il divino spiega anche la cura con cui Martini accostava il testo biblico e fa capire perché egli non si fermasse mai a una lettura meramente filologica delle Scritture, ma avvertisse l’urgenza di nutrirsi a molteplici livelli della Parola di vita, affinché essa inondasse della sua luce tutti gli spazi dell’anima. Prima di proporla al suo popolo come via di un rinnovato incontro con la Bibbia, Martini aveva a lungo sperimentato la fecondità della lectio divina, della lettura pregata del testo biblico, animata dall’intenzione di trovarvi ragioni di vita e di speranza per sé e per tutti. Il grande biblista e pastore ha insegnato a perseverare nell’ascolto anche quando sembra che la Parola letta non ci dica niente: il rispetto riverente verso il mistero santo ci aiuterà a comprendere come Dio parli anche nel silenzio. Nell’approccio alla Bibbia Martini valorizza gli insegnamenti del Loyola: come ha osservato Roland Barthes «la lingua che Ignazio vuol costituire è una lingua dell’interrogazione... Gli Esercizi sono il libro della domanda, non della risposta». È questo che li rende così moderni, sempre così attuali ed è questo che ne fa cogliere il centro e il cuore nella fatica del discernimento: «Discernere è distinguere, separare, scartare, limitare, enumerare, valutare, riconoscere la funzione fondatrice della differenza; la discretio, parola ignaziana per eccellenza, designa un gesto così originale che si può trovare applicata tanto a comportamenti (nel caso della praxis aristotelica) e a giudizi (la discreta caritas, carità chiaroveggente, che sa distinguere) che a discorsi...». Questa ricerca del discernimento, però, non si spinge mai alla forzatura, alla violenza sul testo: Ignazio vuole a tal punto la volontà di Dio, da accettare e amare perfino il suo silenzio: «Frutto finale e difficile dell’ascesi — osserva ancora Roland Barthes — è il rispetto, l’accettazione reverenziale del silenzio di Dio, l’assenso dato non al segno, ma al ritardo del segno». Come Ignazio, così il suo discepolo: Martini sa interrogarsi e interrogare fino in fondo, ma non affretta la risposta, non la impone. Sa disporsi all’attesa umile e perseverante della fede: ciò che conta, più ancora che comprendere la volontà di Dio, è mettersi nelle condizioni di comprenderla.
Non si sbaglierebbe, allora, nell’affermare che il senso dell’intero insegnamento di Martini nei confronti della Sacra Scrittura consista nello sforzo di educare tutti e ciascuno al discernimento della volontà di Dio e, perciò, in una pedagogia della fede che domanda, ascolta e aspetta nell’umile docilità del cuore. Stare «al cospetto di Dio nostro Signore e di tutti i suoi santi per desiderare e conoscere quel che sia più gradito alla sua divina bontà» (Esercizi, seconda settimana): è questo l’atteggiamento fondamentale, che traspare dal magistero del grande biblista e pastore al tempo stesso come testimonianza e proposta di vita per porsi autenticamente davanti alle Scritture.

di Bruno Forte

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22 aprile 2018

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