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Solidali con Gesù

· Un inedito di Tonino Bello ·

Don Tonino nel disegno di un alunno di V elementare (particolare)

Don Tonino Bello era un uomo — ha detto Papa Francesco ad Alessano, presso la sua tomba — che «non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia». A questi valori, solidi in lui come il granito, don Tonino seppe unire un’acuta capacità d’introspezione e una rara sensibilità, che gli consentì di sondare anche gli animi altrui, percepirne emozioni e timori, gioie e speranze.

Questo mi fu possibile capire un giorno che — giovane prete, fresco ancora di ordinazione — ebbi la fortuna, a Roma, di stare alcune ore con lui e pochissimi altri. Questo emerge ora anche da un suo sconosciuto scritto del lontano 1978, di cui si conserva l’autografo. Don Tonino era infatti legato da solidi rapporti di amicizia con Felice Carluccio e Carolina Venturi: aveva benedetto le loro nozze nella chiesetta della Madonna del Casale, nella campagna di Ugento, il 30 settembre 1970, e fu loro vicino nei momenti più importanti della vita. La coppia ha avuto cinque figli: Luca, Giovanni, Lola (affetta da sindrome di Down), Marco (poi sacerdote) e Anna. Al battesimo del secondogenito Giovanni, don Tonino animò la liturgia suonando l’organo: «Ce l’ho messa tutta!», disse raggiante a Carolina al termine della celebrazione.

Nel 1978, già assistente dell’Azione Cattolica e vicario episcopale per la pastorale, don Tonino fu nominato dal vescovo di Ugento - Santa Maria di Leuca, monsignor Michele Mincuzzi, amministratore della parrocchia del Sacro Cuore in Ugento, nella quale risiedeva la famiglia Carluccio. Ebbene, nel marzo di quell’anno piombò un giorno in casa loro con l’intenzione di chiedere a Carolina di curare la stazione ottava per la Via crucis cittadina. Incontrò però il diniego della donna, intimorita di fronte alla responsabilità di dover redigere un testo che avrebbe dovuto essere letto davanti a tanta gente in un’occasione così solenne.

Egli allora la rassicurò, consegnandole un suo testo autografo: Carolina avrebbe dovuto limitarsi a leggerlo durante il percorso della Via crucis. La donna, nel leggere il riferimento alle madri, comprese che la scelta di don Tonino non era caduta su di lei in modo casuale: in particolare, la colpì la sua consueta, grande capacità di far proprie — e di saperle esprimere — gioie e dolori del popolo di Dio. Con intuito femminile custodì gelosamente quel foglio, fino a consegnarlo, nella Pasqua di quest’anno 2018, al figlio Marco, ormai sacerdote nella Comunità dei consacrati del Gam (Gioventù Ardente Mariana). È stato poi lui — che mi aveva raccontato l’episodio — a farmelo conoscere dietro mia richiesta.

Nella breve meditazione, don Tonino concentrò l’attenzione su quelle donne che ebbero il coraggio di mostrarsi solidali con Gesù, che furono capaci di piangere per lui davanti a una folla che per quel motivo avrebbe anche potuto divenire ostile nei loro riguardi: erano madri quelle donne, esperte perciò delle «gioie indicibili», ma anche delle «profonde amarezze della maternità», capaci di vedere, in quel volto sofferente, «ciascuna il proprio figlio»; madri le quali espressero, «in quel lontano meriggio di primavera», i timori e il pianto di tutte coloro che si sentono incerte e sgomente per il futuro dei propri figlioli.

di Felice Accrocca

Una gran moltitudine


Stazione VIII - Gesù incontra le pie donne

Le pagine inedite

Lo seguiva una gran moltitudine di donne che si picchiavano il petto e gemevano sopra di lui. E ad esse Cristo rivolse la sua parola «… Non piangete sopra di me, ma sopra di voi stesse e sopra i vostri figli…». Queste donne di Gerusalemme, dunque, sono tutte madri, che conoscono le gioie indicibili, ma anche le profonde amarezze della maternità. E ora, in quel volto piagato e sofferente, esse scorgono, ciascuna, il proprio figlio. Le madri non scappano, non rinnegano, non hanno paura della gente. Fanno attorno a quel povero figlio di mamma un tenero gemito che neppure i soldati se la sentono di impedire. Se potessero, pulirebbero quel corpo d’ogni grumo e d’ogni insetto; perché ora quel giovane corpo piagato rappresenta per ciascuna di esse il proprio bambino. Signore Gesù, tu le hai capite, quelle madri; e le hai confortate con la tua parola sovrumana. Nel volto di ciascuna di esse hai visto la paura, lo sgomento, l’ansia del futuro: che cosa ne sarà dei nostri figli? È la paura, lo sgomento, l’ansia del futuro che attanaglia anche noi mamme di questo secolo, preoccupate di quanto avviene oggi nel mondo così sconvolto e agitato. Che sarà dei figli che abbiamo dato alla luce? Verso che direzione si muovono? Vanno anch’essi, come te, verso traguardi di morte, o abbiamo motivi di sperare per essi un avvenire più sereno? Signore Gesù, che hai voluto tanto bene a tua madre, ti preghiamo per i nostri figli. Sui miei occhi ora non ci sono lacrime. Ma il pianto delle donne di Gerusalemme, in quel lontano meriggio di primavera, sulla strada del Golgota, ha sintetizzato a sufficienza il pianto mio e il pianto di tutte le madri del mondo.

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15 settembre 2019

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