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Ritratto di Za

· Un volume per scoprire la vasta produzione di Zavattini scrittore ·

Il personaggio è di quelli anticonformisti, affettuosi, amichevoli, espansivi, eccentrici, estroversi, originali e chi più ne ha di vocaboli e di aggettivi più ne metta, uno dietro l’altro. Gli calzano tutti, perché, diciamolo subito, di lui, di Cesare Zavattini (Luzzara 1902 - Roma 1989), si sa tutto. Conosciamo soprattutto lo sceneggiatore e il soggettista, la cui filmografia, avendo attraversato gran parte degli anni del secondo dopoguerra, ha fatto la storia del cinema italiano. Ed è stata più volte citata anche da Papa Francesco. Da I bambini ci guardano al più famoso Miracolo a Milano, tratto proprio da un testo di Zavattini che racconta la storia di un bambino, Totò, trovato sotto un cavolo e adottato dall’anziana Lolotta nella periferia milanese. Un racconto di uno dei padri del neorealismo italiano che nel 1943 scriveva Totò il buono, libro che insieme ad altre opere, come Parliamo tanto di me e I poveri sono matti, lo consacrano «un prosatore degno, per icastica originalità, dei nostri maggiori» come affermò Pancrazi, oltre a Papini ed Henry Furst.

Ferdinando Lauretani, «Cesare Zavattini» (1992)

Proprio di questo ci parla il libro Ritratto di Zavattini scrittore (Reggio Emilia, Imprimatur editore, 2017, pagine 592, euro 25) che vuole restituire dignità letteraria a un genio che forse è stato occultato pregiudizievolmente dall’uomo di cinema. L’immane fatica se l’è sobbarcata — soddisfatto, però, per la riuscita dell’impresa — Gualtiero De Santi, che insegna all’università di Urbino ed è un conoscitore esperto e competente di arte, cinematografia e letteratura. In questa occasione, quasi ripete un bellissimo volume, a cura di Renato Barilli, nel quale la Bompiani raccoglie oltre mille pagine di opere zavattiniane. Inutile dire che il testo di De Santi, completo ed esauriente, contempla tutti gli aspetti e i periodi creativi — aggiungerei anche figurativi-immaginifici — dello Za come affettuosamente lo chiamavano i suoi amici: dalla libertà del giuoco d’insegnare ai poveri, alla scoperta della poesia, dalle straparole allo stricarm’ in d’na parola . «Stringersi dentro le parole vuol dire — afferma De Santi — riconoscere il mondo attraverso sé stessi (…) Addormentarsi dunque, tutt’attraverso le parole paterne e materne, in un senso e rumore delle cose nelle quali ci si riconosce». Il dialettale poeta novecentesco sa che per dire le cose originali, difficili, schiette, deve usare l’efficacia della lingua-madre (il dialetto, appunto) e continuare a parlare di sé per parlare del mondo. Dalle pagine di De Santi esce, insomma, un ritratto validissimo e utile a capire e conoscere veramente chi è il sanguigno e volante, il dolce e ironico Za per accostarlo anche a quella simpatica descrizione che di lui fa il premio Nobel García Márquez in uno dei suoi Dodici racconti raminghi in cui ci parla di una probabile santa e ci parla anche del poeta, di uno dei grandi del cinema italiano. Cesare Zavattini che, a suo dire — ed è la più bella immagine che ho colto del maestro — «cercava di insegnarci non solo il mestiere, ma anche un modo diverso di vedere la vita (…) una macchina per pensare».
Insomma conoscere Zavattini scrittore, attraverso il testo di De Santi, è dovere di ogni intellettuale, ma anche di chi Za lo ha amato e lo ha conosciuto attraverso le sue storie.

Zavattini scrive con uno stile inimitabile, semplice, lineare, chiaro: basta scorrere le immagini, accompagnate dalle sue parole, in un libro magistrale prodotto insieme al famoso fotografo Paul Strand: parla della sua gente di Luzzara (che simboleggia le radici) come Joyce della sua gente di Dublino. A metà strada tra una indagine sociologica e la realtà nuda e cruda, talvolta idilliaca, talvolta un po’ amara, della nostra Italia e della natìa padania che, forse, non esiste più. «Nel 1946 ci riunimmo tutti insieme dopo 14 anni di dolore materno. Sogno di avere una casa mia vicino a una chiesa per andarci spesso (…). Nel 1945 mi hanno domandato se avevo voglia di vendicarmi, ma non avevo voglia di vendicarmi». Potenza evocativa di una condizione esistenziale: parola, sicura, certa, garantita di Cesare Zavattini.

di Matteo Coco

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23 agosto 2019

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