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Ritratto di signore

· ​In "Il diritto di contare" e "Jackie" ·

Stanno uscendo in queste settimane nelle sale due film che hanno vari punti di contatto: Il diritto di contare, di Theodore Melfi, e Jackie, di Pablo Larraín. Sono infatti entrambi film biografici, ed entrambi hanno come sfondo un decennio cruciale della storia americana, gli anni Sessanta. Infine, sono tutt’e due ritratti di donne che si sono ritrovate inaspettatamente ad avere sulle spalle il destino della loro nazione. Per molti aspetti, sono anche film speculari. Il primo racconta un episodio che nessuno conosceva, il secondo un evento tragico ed epocale; il primo si svolge con uno stile piano e un tono non lontano da quello di una commedia, il secondo non ha praticamente uno sviluppo narrativo e si potrebbe quasi definire uno spin-off di JFK girato come Shining.

Natalie Portman nei panni di Jacqueline Kennedy

Alla fine degli anni Cinquanta la matematica afroamericana Katherine Johnson (Taraji P. Henson) viene assunta dalla Nasa. Darà un contributo decisivo alla corsa allo spazio, in cui l’America è impegnata in competizione con l’Unione Sovietica. In particolare, i suoi calcoli saranno indispensabili per portare a termine con successo la missione Mercury-Atlas 6, quella in cui l’astronauta John Glen effettuerà la prima orbita terrestre. Oltre ai complicatissimi problemi matematici che la missione comporta, però, Johnson dovrà superare gli ostacoli di una doppia discriminazione, dovuta sia al sesso, sia al colore della pelle. Anche se per motivi pratici, più che ideologici, il capo del suo distaccamento (Kevin Costner) la aiuterà a superare queste barriere, nonché la diffidenza dei colleghi.
Il diritto di contare ha dunque il merito di portare sullo schermo una storia vera tanto sconosciuta quanto importante ed emblematica, capace cioè di sintetizzare in modo credibile una fase di transizione della democrazia statunitense. Significativo è in particolare il contesto in cui il racconto prende forma. Impegnata in uno dei territori più innocui ma non meno accesi della Guerra fredda, l’America deve fare i conti con divisioni interne mai risolte. Proiettata nel futuro attraverso le sue missioni nello spazio, deve scontare il peso di arretratezze che la legano ancora a un passato remoto. La sceneggiatura scritta dallo stesso regista, e tratta dal libro di Margot Lee Shetterly, si avvale di queste suggestive dicotomie e contraddizioni, che fanno della vicenda della matematica afroamericana un piccolo grande crocevia storico.
Malgrado ciò, lo script non riesce a nascondere a lungo i propri limiti. Le corse verso i bagni di un campus vicino da parte della protagonista, a cui viene impedito di usare i servizi igienici dei bianchi, sono rappresentative del registro leggero che legittimamente si è scelto, e danno immediatamente il senso dell’assurdità di certe discriminazioni. Ma sono anche l’esempio di un film che rischia di rintanarsi troppo in piccoli episodi, senza avere il respiro e la forza espressiva per allargare davvero lo sguardo sulla questione segregazionista in generale e su tutto quel periodo storico. La storia di Johnson e delle sue battaglie rimane dunque fra le pareti della Nasa. Il che non le impedisce comunque di assumere un importante significato simbolico: superando le divisioni interne si possono raggiungere grandi obiettivi.
Dove finisce la storia del film di Melfi (febbraio del ’62), comincia praticamente quella della first lady Jacqueline Kennedy in Jackie, ovvero nelle ore immediatamente successive all’attentato di Dallas in cui rimane ucciso suo marito John (novembre ’63). Anche questo film non allarga lo sguardo sulla Storia con la s maiuscola, ma non vuole nemmeno farlo. Più che di un racconto, infatti, si tratta di un’inquietante istantanea che cristallizza uno stato di paralisi, tanto di una nazione, quanto di una donna. Lo splendido lavoro del direttore della fotografia Stéphane Fontaine confeziona immagini dalle tonalità plumbee, quasi spettrali, e conferisce al film una fosca atmosfera di presagio degna di una tragedia greca. A sottolineare come l’attentato al presidente sia solo il primo di tanti eventi traumatici che sconvolgeranno la nazione per più d’un decennio, e che — un po’ come nella storia raccontata dal film di Melfi — faranno emergere dissidi intestini e forze autodistruttive. Ma anche la protagonista viene colta dal film in una sorta catalessi, o meglio di limbo, sospesa fra una dimensione contingente fatta di preoccupazioni pratiche e borghesi da una parte — alle confidenti chiede che cosa ne sarà di lei sul piano economico, dove andrà a vivere — e di abissali considerazioni esistenziali dall’altra, compresa la speranza di fare la stessa fine dell’amato marito, nell’irrazionale desiderio di sostituirsi a lui.
A questa, come ad altre riflessioni, non può essere di grande aiuto un altrettanto sconvolto Bobby (Peter Sarsgaard), immerso in un comprensibile disfattismo («siamo solo bella gente che non ha concluso nulla», dice), laddove un prete aiuterà invece la donna a interpretare serenamente quanto accaduto, anche alla luce della volontà di Dio. Per una volta, dunque, vediamo sul grande schermo una figura clericale non ridotta a una macchietta, anche perché sostenuta dall’ultima interpretazione del grande John Hurt, scomparso poche settimane fa. Portman, invece, benché candidata all’Oscar, non trova forse la sua interpretazione migliore, ma regge comunque quasi da sola lo sguardo della cinepresa dall’inizio alla fine del film.

di Emilio Ranzato

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22 febbraio 2018

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