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Ritrattista di ritrattisti

· A colloquio con Emanuele Trevi ·

Critico e scrittore romano, Emanuele Trevi è autore di libri di confine: ricordiamo le Istruzioni per l’uso del lupo (Castelvecchi, 1994), sul senso della letteratura, Qualcosa di scritto attorno a Laura Betti e a Pasolini (Ponte alle Grazie, 2012), e oggi Sogni e favole (Milano, Ponte alle Grazie, 2019, pagine 224, euro 16). Proseguiamo con lui questo ciclo di interviste che ci porta nelle fucine degli scrittori italiani. Sogni e favole è un libro dove quasi niente è inventato e la narrazione si intreccia con la riflessione, a partire da un sonetto di Metastasio, si riflette sul tempo, sulla menzogna e sull’arte. È una raccolta di ritratti: il fotografo americano Arturo Patten, il critico letterario Cesare Garboli, Amelia Rosselli.

Com’è nato «Sogni e favole»?

Nei mesi scorsi avevo pensato a un libro su Arturo, contemporaneamente continuavo a girare attorno a un libro su Metastasio che Garboli mi aveva chiesto di scrivere. Era un libro che aveva in mente di scrivere lui, e poi me l’aveva come consegnato. Poi mi sono ricordato che era stato proprio Arturo a farmi conoscere Garboli, e che tutto era successo in un’area di Roma, attorno a piazza della Chiesa nuova, dove c’era la statua di Metastasio. Kant diceva che lo spazio è una provincia del tempo, invece lo spazio è una manifestazione del tempo. Non sono molto abile nella descrizione, però mi piace raccontare il tempo, come fosse l’uomo invisibile. Roma poi è la calcificazione del tempo.

Racconti Arturo Patten come una persona di gioia e coraggio ineguagliabili, Cesare Garboli come una specie di mago contemporaneo, intuitivo e iroso; Amelia Rosselli la fermi in un momento, la sua apparizione al festival dei poeti di Castelporziano nel 1979, ed è una rivelazione. Racconti gli amici come fossero monumenti.

Probabilmente una delle ragioni per cui ho scritto Sogni e favole, e l’ho scritto parlando proprio di loro, è che ho raggiunto l’età che avevano quando li ho conosciuti. Le persone, se gli vai troppo vicino, diventano macchie. Se ti allontani troppo si perdono nell’insieme. Devi trovare la giusta distanza. Nel Racconto di Sonecka, Marina Cvetaeva è una ritrattista emotiva. Marina Cvetaeva ti dice che Sonia ha le trecce, che ha gli occhi neri, è piccolina. La lingua ha sempre la massima genericità nella descrizione degli esseri umani. Ma Cvetaeva fa riapparire Sonia più volte nel testo. E alla fine, se guardi le sue foto, Sonia è proprio come l’avevi immaginata. Flannery O’Connor dice più o meno: l’essere se stessi è il porto dove nessuno ti può accompagnare. Il ritratto delle persone, dei personaggi, richiede un’immaginazione antropomorfa. Solo gli esseri umani si danno attraverso la percezione disperata del fatto che nessuno può essere come te, e anche che nessuno può accompagnarti.

A proposito del tempo, che è forse il protagonista nascosto del libro, ho amato moltissimo il racconto della casa di Garboli.

La casa di Garboli a Vado. Garboli lasciava che tutto fosse come una soffitta, non era una casa sporca, ma Garboli lasciava che tutto restasse com’era, che le stoffe delle poltrone si facessero lise, che le cose si aggiungessero alle cose. Casa di Garboli a Vado era un po’ come Roma in miniatura.

Nei libri che raccontano senza inventare come i tuoi, l’invenzione essenziale è il narratore.

Nel libro la mia parte, la parte del narratore, è un ruolo comico; io sono la spalla comica di Arturo, di Garboli, dei personaggi che racconto. In parte per la necessità di parlare un po’ di me. Cambia molto nel descrivere una persona molto coraggiosa, se chi scrive è una persona vile. Attraverso il carattere del narratore faccio vedere meglio la persona.

Racconti Metastasio come uno che fuori e dentro l’opera vive della forma. Poi scrive il sonetto da cui parte il tuo libro, lancinante, che paragona la vita umana all’invenzione: entrambe agiscono sull’anima, entrambe sono fole. Qual è la tua posizione nei confronti di Metastasio?

Metastasio sono io. La sua soddisfazione è di avercela fatta, di essere ancora lontano dal punto socialmente oscuro dal quale era partito. E poi scrive quel sonetto. Non a caso, Leopardi ha capito Metastasio. Poi mi sono molto identificato nel fatto che Metastasio era protetto dalle donne, le sue si chiamavano tutte Marianna.

Parli del mondo letterario del Novecento, del legame fra la vita e l’opera, dell’opera come rischio estremo di una vita, come di cose finite, cose che ci siamo ormai lasciati indietro.

Nel Novecento la letteratura aveva a che fare con la capacità di una persona di leggere il mondo mentre lo attraversava. Oggi più che il processo prevale il prodotto. Tutto è partito dall’avanguardia e dallo strutturalismo. Dal pensiero che l’opera non ha bisogno dell’autore. Molte delle opere che ci troviamo davanti oggi, anche belle, sembrano davvero solo prodotti. A nessuno serve sapere chi ne è l’autore. L’avanguardia si è fatta un’idea commerciale: serve semmai mostrare l’autore accanto al prodotto come «una persona con degli hobby», è la degradazione del concetto di biografia.

di Carola Susani

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22 agosto 2019

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