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Ritorno a casa

· ​L'idea di Carlo Magno e l'Europa ·

«Ad alcuni mi do cura di servire il miele delle Sacre Scritture; cerco di inebriare altri con il vino vecchio delle antiche discipline scientifiche; inizierò a nutrire altri ancora con i frutti delle sottigliezze grammaticali; spero di illuminare qualcuno con l’ordine delle stelle o con la sommità dipinta di una grande casa; ho fatto il maggior numero di cose per il maggior numero di persone, così da erudire quanti più fosse possibile a vantaggio della santa Chiesa di Dio e a onore del vostro regno imperiale». Così scrive a Carlo Magno nel 797 Alcuino di York, «l’uomo più colto e illustre della sua epoca», divenuto abate del grande monastero di San Martino di Tours un anno prima per volere del re carolingio. Non sarà l’unico intellettuale a essere reclutato alla corte dei franchi in quel periodo che la storiografia ha spesso definito come «rinascita carolingia»: tra questi Eginardo, detto Nardulus, «piccolo e operoso come una formica», oggi ritenuto il più celebre biografo del ix secolo e autore di quella Vita Karoli Magni che è una delle fonti principali per conoscere la vita del re, l’arcivescovo Ildebaldo che «si procurò per la biblioteca del duomo di Colonia un’enciclopedia ancora oggi conservata», il vescovo di Lione Leidrado, che si sforzò «anzitutto di far sì che si scrivessero libri» e che «aveva istituito scuole, messo ordine nella liturgia e ristrutturato chiese». 

Miniatura raffigurante l’investitura di Rolando da parte di Carlo Magno (1400)

Stefan Weinfurter, professore di storia medievale all’Università di Heidelberg, è l’autore di Karl der Grosse. Der heilige Barbar (Carlo Magno. Il barbaro santo, Bologna, Il Mulino, 2015, pagine 342, euro 25). Il professore ci conduce a scoprire un uomo e il suo tempo mediante un’agile, puntuale e profonda lettura delle fonti, proponendo di seguire un filo di Arianna che permette al lettore non solo di uscire indenne dal labirinto di anni densissimi di eventi ma anche di riemergere nel proprio tempo con la sensazione di avere fatto una scoperta: quella di un’epoca ancora capace, a distanza di dodici secoli, di illuminare il presente.
L’uomo che resse le sorti dell’impero franco dal 768 al 814 amava leggere Agostino, osservare le stelle e coltivava un progetto, quello dell’univocità o, per dirla con l’autore, della «disambiguazione» dei più svariati ambiti della vita dell’uomo, «di accreditare cioè una suprema autorità dottrinale competente per le questioni inerenti alla condotta religiosa e morale, di puntare alla chiarezza e all’inequivocabilità del linguaggio, del modo di argomentare e degli usi cronologici, di lavorare all’uniformazione dell’organizzazione politica, militare ed ecclesiastica». Il motore di questa volontà, così lontana per una società come la nostra per la quale «la parola d’ordine è l’indeterminatezza», era il tentativo di instaurare un «ordine della verità», quella cristiana, regolatrice di tutti gli ambiti. Eppure, lascia trasparire Weinfurter, Carlo Magno era agitato da «non poco di ciò che agita gli uomini oggi»: «il desiderio struggente di concordia e l’anelito alla pace», visibili solo se ci sforziamo «di trattare con equanimità i tempi remoti e gli uomini che li hanno animati», di abbandonare quell’atteggiamento di sufficienza con il quale, un giorno, potremmo rischiare di essere giudicati anche noi. E allora, sfumate le nebbie del preconcetto, inizierà a emergere il profilo del «barbaro santo». L’uomo che nella tarda estate del 773, all’età di venticinque anni, «radunò un esercito che poteva contare fra i 30.000 e i 40.000 uomini e che, così armato, valicò le Alpi per sconfiggere i longobardi», lo stesso che si impegnò per anni nella guerra contro i Sassoni, «la più lunga, atroce e faticosa per il popolo franco» a giudizio di Eginardo, durante la quale avrebbe ordinato nelle vicinanze di Verden l’esecuzione di 4.500 ribelli, ancora lo stesso che tentò di arginare l’espansione dei regni musulmani in Spagna o quella degli Avari in Pannonia, quest’uomo alto forse un metro e novanta, dalla voce un po’ stridula e amante della compagnia, non perse mai di vista la cultura.
«Molto di ciò che oggi consideriamo ovvio — scrive Weinfurter — ha avuto origine proprio negli anni intorno all‘800». I monasteri divennero i nuovi centri della cultura e della letteratura e tra questi spiccava Bobbio, presso Piacenza, alla cui biblioteca appartenevano manoscritti di tale valore che «se tanta parte della letteratura antica si è conservata lo si deve essenzialmente a Bobbio»; il latino, modello di lingua perfetta ed espressione dell’importanza che si diede alla parola in generale, fu insegnato e diffuso in modo capillare tanto da far dire a Johannes Fried, medievista di Francoforte, che il motto dell’epoca avrebbe potuto essere «latino, latino e ancora latino»; autori come Cicerone, Sallustio, Terenzio, Marziale, Orazio, Giovenale, Seneca, Tertulliano e molti altri «passarono nelle mani degli amanuensi carolingi» e da queste agli occhi di avidi lettori; la scrittura proprio per questo conobbe una vera rivoluzione: preceduta dalla «minuscola alamanna« dei monasteri di Sankt Gallen e di Reichenau, comparve la «minuscola carolina», «una grafia eccezionalmente esatta» e rivoluzionaria nella sua semplicità, simile al carattere Times New Roman con il quale siamo soliti oggi scrivere al computer i nostri lavori; la scuola, nel senso moderno del termine, iniziò a diffondersi anche fra i laici e — scrive l’autore — «ci imbattiamo continuamente in disposizioni che imponevano ai parroci di fare scuola nei villaggi e nei fondi», arrivando alle percosse e alla dieta «a base di pane e acqua» per chi non aveva voglia di imparare. Carlo Magno, prostrato dagli attacchi di gotta, colpito da febbri ricorrenti e forse anche da una pleurite, si spense sabato 28 gennaio 814 ad Aquisgrana. «Che cosa rimane del suo grande progetto?», si chiede l’autore. Carlo, scriveva Alcuino all’arcivescovo Arno di Salisburgo, «desidera che tutto il regno che Dio gli ha affidato sia ordinato secondo la norma della rettitudine». La «norma della rettitudine», continua Weinfurter, «era la norma del bene, della correttezza e della precisione, del timore di Dio e della giustizia: era, in definitiva, la norma della verità».
«La potenza di quell’ideale era enorme», conclude il professore. L’eredità più grande che Carlo Magno ci lascia è quella di un’idea, di una possibilità, quasi di un ritorno a casa in quell’Europa che egli intravide da lontano. Tenendo presente che, come diceva Victor Hugo, «nulla è più potente di un’idea il cui tempo è giunto». 

di Ferdinando Cancelli

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22 settembre 2018

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