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Ritorno al vecchio cinema

· ​In "La Lal Land" di Damien Chazelle ·

Mia (Emma Stone) vorrebbe fare l’attrice, ma per ora si deve accontentare di lavorare in un bar. Sebastian (Ryan Gosling) è un pianista che aspira a essere un grande del jazz, ma il suo talento è incompreso. Lo stile di vita bohémien che i due hanno in comune li farà incontrare e innamorare a Los Angeles. Sarà invece il successo a mettere in crisi il loro legame.

Benché la storia assomigli a tante altre, viene facile pensare che il regista e sceneggiatore Damien Chazelle abbia tenuto presente, per una parte della trama e per la sua scansione temporale, Les parapluies de Cherbourg (1964), di Jacques Demy, il più dimenticato fra i padri della nouvelle vague. Quelli del regista francese erano musical che sicuramente guardavano ai mitici omologhi hollywoodiani degli anni cinquanta. Ne replicavano il tono dalla levità quasi aerea, colmandolo però di una malinconia spesso struggente, e applicandolo ad amori mancati e occasioni perdute. Il modo che ha Chazelle di accostarsi al cinema di genere è d’altronde quello della decostruzione godardiana: vi si insinua per poi farne detonare la struttura e il ritmo. Non a caso, qui si fa anche esplicito riferimento all’autore-faro di Jean-Luc Godard, Nicholas Ray, attraverso la visita, da parte della coppia protagonista, all’osservatorio astronomico di Gioventù bruciata.
Ecco allora che in La La Land, che ha ottenuto quattordici nomination all’Oscar, assistiamo a tre numeri cantati e coreografati nel quarto d’ora iniziale e poi pause sempre più frequenti, prima acrobazie registiche e poi dialoghi insolitamente lunghi in semplice campo e controcampo, fino ai fuochi artificiali dell’epilogo. Le decostruzioni della nouvelle vague non erano mai atti vandalici o passatempi intellettuali e snob, bensì estremi gesti d’amore. Un genere si faceva a brandelli per indossarlo come un vestito. L’immagine si frantumava per poterla poi vivere e respirare, diventava uno stato d’animo. Gli stilemi si riproducevano in maniera volutamente approssimativa, quasi trasandata, per far capire che erano ormai entrati a far parte della quotidianità. E la stessa cosa cerca di fare Chazelle, con esiti più meccanici e programmatici, ma anche con una levigata perfezione che è sicuramente più in sintonia con i gusti del pubblico di oggi.
Le citazioni dei grandi classici del musical americano, a partire da Cantando sotto la pioggia, non mancano, ma tutto è sottoposto a una lente europea. E questo punto di vista vertiginoso, attraverso il quale un regista americano guarda a un cinema francese che a sua volta guardava alla Hollywood dei tempi d’oro, crea un corto circuito ubriacante e accattivante. Nell’epoca pre-digitale che nel film si rimpiange, però, l’immagine che veniva replicata più volte portava alla lunga su di sé i segni di questa continua duplicazione, tracce di usura, di saturazione, come in un quadro di Andy Warhol. Perciò, con geniale coerenza, gli strascichi dell’antica e magica retorica hollywoodiana vengono diluiti da Chazelle all’interno di una geografia urbana fatta di scorci suggestivi ma anche di angoli ordinari e spartani. Spazi in penombra che non arrivano a essere squallidi, ma desolati e prosaici sì. E un po’ intrisi di quell’aria di disperazione che da sempre serpeggia a Los Angeles al di sotto dei sogni di chi vuole essere una star.
Questo alone crudo attorno alle tonalità sgargianti spinge pian piano il film verso territori diversi, contigui al cinema di David Lynch. L’impressione è infatti che il giovane regista abbia guardato con attenzione anche gli ultimi film del cineasta visionario. Quelli in cui le reminiscenze della Fabbrica dei sogni trascolorano in incubo. E la circolarità narrativa dell’epilogo, simile a quella di alcuni finali lynchiani, sembra confermare questa influenza.
Chazelle non imbocca poi simili abissi, si mantiene comunque su un registro leggero, ma lascia che i suoi personaggi ne percorrano il bordo. Ed è grazie a questo senso del tragico, seppure sepolto sotto strati e strati di sedimentazione cinefila, che il film si libera dall’etichetta dell’esercizio di stile. Nonostante ciò, La La Land rimane più il felice risultato della cultura, dell’intelligenza e anche un po’ della furbizia, che dell’arte pura. E la stessa cosa si poteva dire per il precedente lavoro del regista, Whiplash (2014), gioiellino di montaggio e progressione drammaturgica dove non a caso della musica jazz si prediligeva il virtuosismo e la velocità, piuttosto che l’atmosfera e i mezzi toni.
In ogni caso, però, quanto entusiasmo, quanta determinazione, quanta passione per i personaggi, quanto coraggio, quanta sana sfrontatezza. Tutte qualità che portano a una libertà espressiva pressoché totale e ormai davvero rara. Un’importante reazione, fra l’altro, all’omologazione stilistica dei prodotti televisivi. Il che contribuisce a rendere davvero sincero l’omaggio al vecchio cinema.
Stone offre un’ottima prova, mentre Gosling, benché canadese, continua ad andare in direzione del perfetto prototipo di “attore — non attore” statunitense. Qualcuno ha mai visto fare un’espressione a Gary Cooper, Henry Fonda o Humphrey Bogart? Eppure erano grandi attori. Icone di cui il cinema americano ha molto più bisogno che non di veri interpreti. Si può discutere, semmai, se era il caso di formare una coppia in tal senso così eterogenea. Ma sono dettagli che si perdono in un vortice di vitalità.

di Emilio Ranzato

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23 maggio 2018

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