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​Ritorno al carbone

· ​Il presidente Trump annulla i provvedimenti di Obama sul clima ·

«Oggi creiamo nuovi posti di lavoro grazie alle energie fossili. L’America ricomincia a essere vincente con gas e petrolio». Come aveva promesso fin dagli albori della campagna elettorale, il presidente statunitense, Donald J. Trump, ha eliminato il Clean Power Plan, varato nel 2015 da Barack Obama, che prevedeva restrizioni alle centrali termoelettriche e agli impianti alimentati a carbone. I media internazionali si sono affrettati a denunciare conseguenze disastrose: sulla carta, senza le norme previste dalla precedente amministrazione, Washington cancella de facto gli accordi di Parigi sul clima. Il rischio è che altri paesi, Cina in primis, possano emulare il gesto, creando un disastroso effetto domino.

In realtà, al di là degli slogan e degli allarmi mediatici, la mossa di Trump va letta soprattutto in chiave di politica interna. Le norme varate dalla presidenza Obama non erano mai entrate in vigore a causa dei ricorsi presentati in 24 stati e quindi erano ferme alla corte suprema. Ed è molto probabile che la stessa sorte tocchi all’ordine di Trump. L’ambiente è infatti un terreno complesso e spinoso: la valutazione e la realizzazione delle normative devono attraversare un lungo iter di discussioni, verifiche, valutazioni e analisi, fuori e dentro il Congresso, un iter che potrebbe durare molto più dei quattro anni di un mandato presidenziale. Gli investimenti e le tendenze globali seguono logiche a lungo termine, in cui un peso decisivo hanno soprattutto gli assetti internazionali e le strategie di giganti come Cina e India. Ed entrambi questi paesi hanno ormai imboccato la strada dell’energia pulita, muovendosi in direzione del progressivo abbandono del carbone. Pochi giorni fa Pechino ha annunciato la chiusura della sua ultima centrale a carbone: sarà la prima città cinese a essere alimentata da energie rinnovabili.
Trump ha scelto di sferrare l’attacco al Clean Power Plan per rilanciare l’azione della Casa Bianca a pochi giorni dalla sua prima vera sconfitta politica: il ritiro della nuova riforma sanitaria dall’esame del congresso per le spaccature interne ai repubblicani. Lo ha fatto, inoltre, per ricompattare il Grand Old Party attorno a un motivo condiviso: il rifiuto dell’incidenza del carbone nel riscaldamento climatico e l’avversione agli accordi di Parigi per i quali Obama aveva offerto il taglio del 26-28 per cento delle emissioni americane. Non vanno poi sottovalutati gli interessi delle grandi lobbies del carbone e del petrolio. Nel suo ordine esecutivo, Trump ha cancellato anche le precedenti disposizioni di Obama per limitare le trivellazioni costiere, lo sfruttamento delle miniere sulle terre di proprietà pubblica e le emissioni di metano dagli oleodotti. Per non parlare delle previste valutazioni d’impatto ambientale sui progetti infrastrutturali. 

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19 gennaio 2018

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