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Ritorna il Grinta

· I fratelli Coen firmano il remake del film di Henry Hathaway ·

Oltre il western è un vero e proprio racconto di formazione

Quando arriva a Fort Smith, Mattie Ross (Hailee Steinfeld) è ancora una ragazzina di quattordici anni, ma sa già il fatto suo. E soprattutto, sa qual è il suo obiettivo: vendicare l’uccisione del padre per mano di Tom Chaney (Josh Brolin), ora fuggito in territorio indiano. L’unica cosa che le serve è l’uomo giusto da ingaggiare per sbrigare il lavoro. Dopo un rapido vaglio di opportunità, sembra trovarlo nel vecchio ubriacone Rooster Cogburn (Jeff Bridges), sceriffo sempre col colpo in canna e insofferente agli angusti vincoli posti dalla legge. L’improbabile coppia inizia così un viaggio attraverso territori selvaggi, cui si unirà anche il Texas Ranger LaBoeuf (Matt Damon), intenzionato a incassare la taglia sul criminale.

Malgrado nei titoli di testa venga menzionato come fonte di partenza unicamente il romanzo True grit (1968) di Charles Portis, non è difficile immaginare che ad aver pungolato la curiosità di due registi cinefili e da sempre interessati alla rappresentazione della violenza come i Coen, sia stato soprattutto il film che ne è stato tratto più di quarant’anni fa, dalla cui sceneggiatura fra l’altro la loro versione si discosta solo sporadicamente.

Pur lontano dal rientrare nei capolavori del cinema western, il primo Il grinta firmato da Henry Hathaway nel 1969 era un film degno d’interesse non solo per la presenza titanica d’un ormai anziano John Wayne — che per l’occasione vinse anche il suo unico Oscar — ma per essere un’opera tanto demodé all’apparenza quanto sottilmente al passo coi tempi nei contenuti.

In quegli stessi mesi, infatti, il western celebrava definitivamente la sua elegia con l’allucinato Il mucchio selvaggio , il revisionista Soldato blu , il già ludico e autoreferenziale Butch Cassidy . Mentre con Easy Rider nasceva un cinema che avrebbe accolto una nuova coscienza collettiva, e individuato in vari episodi della storia del Paese le cause del suo malessere contemporaneo. Da evento inevitabile e addirittura fondante della nazione, la violenza sarebbe stata additata di lì in avanti come crimine e fonte di tragedie. Un assunto ideologico che già da solo significava la fine del western.

Stilisticamente reazionaria, col suo aspetto ancora vecchio stampo, l’opera di Hathaway si ritrovava a percorrere, in realtà, un crinale scosceso. A costituire, forse casualmente, un singolare trait d’union fra vecchio e nuovo cinema. E non soltanto per la presenza in ruoli minori di due icone del nuovo corso come Robert Duvall e Dennis Hopper. Ma per quello che, dietro la facciata della novella d’avventure e i toni da commedia, si rivelava invece un racconto di formazione nient’affatto innocuo, la storia di un rito d’iniziazione alla violenza sconvolgente e senza ritorno, condita da una simbologia biblica discreta ma molto efficace. Una parabola solo superficialmente rosea che iniziava con una impiccagione e finiva in un cimitero, e in cui la perdita dell’innocenza che veniva descritta, all’epoca poteva essere tranquillamente interpretata come quella dell’America stessa, al di là degli effettivi propositi allegorici del film.

I Coen non potevano rimanere indifferenti a questo gioco di contrasti. E il merito maggiore del loro remake è proprio quello di enfatizzare il lato tragicomico della vicenda, di esplicitarne i significati più reconditi con un piglio esegetico quasi didattico. Tutte le scene di violenza vengono rese più cruente, e pervase da quel senso di follia e banalità del male che il duo ha già collaudato alla perfezione nelle prove precedenti. Inoltre, non manca nemmeno stavolta uno sguardo colto. Ecco quindi che nel bosco in cui protagonisti si ritrovano a vagare si aprono squarci degni del teatro dell’assurdo, così come la sequenza iniziale dell’impiccagione è calata in una fosca atmosfera oscurantista che sembra uscire direttamente da una pagina di Hawthorne. Tutto il film, infine, è attraversato dalla cristallina pulizia stilistica ed espressiva cui i geniali fratelli ci hanno ormai abituato.

Ma al pubblico — presumibilmente ampio — che non conosce il libro e il prototipo cinematografico, o che non coglie, legittimamente, gli acuti e mai gratuiti rimandi culturali, cosa rimane? Di certo un buon film, ma anche una prova minore all’interno di una filmografia di altissimo livello. Se non altro, più cerebrale e meno coinvolgente del solito. E questo perché il cinema dei Coen raramente si prende cura dell’interiorità dei propri personaggi, preferendo muoverli come pedine su una scacchiera non euclidea in cui i conti non tornano mai, e ogni mossa si porta dietro conseguenze ben più gravi di quanto si potesse prevedere.

Uno sguardo filosofico, antropologico, distaccato perfetto per i capricci del destino del noir, di cui infatti i due sono maestri indiscussi, ma che mal si sposa con le storie della frontiera, con le loro traiettorie narrative lineari, il loro vitalismo di fondo. Soprattutto, con i loro personaggi, di solito sufficientemente vivi e veri da attraversare un intero itinerario morale, ben più periglioso di quello che compiono fisicamente. E tutto ciò, naturalmente, vale anche e soprattutto per l’ingannevole favola di una bambina che sta per perdere l’innocenza.

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22 agosto 2018

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