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Risurrezione organizzata

· ​Storie di rinascita a Casal di Principe venticinque anni dopo l’assassinio di don Giuseppe Diana ·

Il 19 marzo si compiono venticinque anni da quella tragica mattina. Il giorno del suo onomastico del 1994, don Peppino Diana era in sacrestia e si accingeva a salire all’altare della chiesa di San Nicola di Bari, di cui era parroco, sita in Casal di Principe, per celebrare la santa messa come ogni mattina. Quella volta però don Peppino non riuscì ad arrivare all’altare. Un camorrista gli esplose contro cinque colpi di pistola, tutti a segno: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Avrebbe compiuto 36 anni il 4 luglio. Morì all’istante. Di don Peppino però non solo non fu ammazzata l’anima, che la fede ci insegna resta solo in attesa di potersi ricongiungere col corpo nel giorno della risurrezione, ma neanche lo spirito, il suo sogno di vedere una Chiesa profetica che per «amore del suo popolo non tacerà». A partire da quel giorno di venticinque anni fa nella città di Casal di Principe, e nell’intero territorio, è iniziata una rivoluzione.

La storia del sacerdote, e le tappe della rinascita di quella terra rimasta troppi anni sotto il giogo della camorra, abbandonata dalle istituzioni e distante dal nostro interesse, vengono ora ripercorsi da Luigi Ferraiuolo, nel suo Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra. Un sacerdote e la sua gente rinnovano il loro mondo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pagine 192, euro 17). Una zona dove oggi, spesso sulle proprietà sottratte alle famiglie malavitose, sono fiorite cooperative, imprese sociali, opportunità di lavoro e impegno per i giovani. Laddove esisteva la “Nuova camorra organizzata” di Raffaele Cutolo, ora c’è la Nuova cucina organizzata, il cui acronimo Nco ribalta il paradigma camorristico e diventa anche Nuova cooperazione organizzata e poi Nuovo consorzio. Una rivoluzione che è anche una riappropriazione non solo di tipo materiale o culturale ma anche di tipo linguistico. Perché oltre ai “beni”, il patrimonio, bisogna riprendersi i termini giusti, quelle parole che in passato non andavano pronunciate e che bisogna reinserire nell’immaginario collettivo in maniera positiva e proattiva.

di Giuseppe Merola

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26 agosto 2019

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