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Risposte umanitarie
durature

· Al vertice di Istanbul si parla di migranti ·

«Viviamo in un periodo di crisi senza precedenti: mai, nel corso della storia, tante persone sono state dislocate e costrette a emigrare, una crisi di fronte alla quale le autorità internazionali sembrano sopraffatte». È questa l’osservazione formulata da uno dei partecipanti al vertice umanitario mondiale di Istanbul, durante la sessione speciale, svoltasi il 22 maggio, dedicata all’azione a favore dei migranti.

Profugo abbandona il campo greco di Idomeni sgomberato dalla polizia (Afp)

Nel corso dei lavori, la testimonianza di padre Juan Luis Carbajal, segretario esecutivo della commissione per la pastorale dei migranti della Conferenza episcopale del Guatemala, ha confermato questa osservazione. «Vengo dal cosiddetto triangolo del nord dell’America centrale, tra Guatemala, Honduras ed El Salvador, considerato una delle zone più pericolose al mondo, anche se non viviamo un tempo di guerra» ha spiegato. «Di fatto — ha aggiunto — le numerose piaghe subite dal nostro paese, come lo sfruttamento illecito delle risorse naturali, la violenza, la circolazione di migliaia di armi nelle strade, le persecuzioni, gli omicidi di giornalisti, in un contesto dominato dal crimine organizzato, costringono molti cittadini a fuggire, nella maggior parte dei casi in America del nord. Purtroppo, ha poi sottolineato, gran parte di loro viene nuovamente scacciata dagli Stati Uniti o dal Messico.

Di fronte a questa tragica situazione, «occorrono risposte umanitarie durature e i paesi non devono lesinare sforzi e risorse; abbiamo bisogno di organizzazioni sul posto che vivano da vicino la quotidianità di queste persone e dobbiamo fornire protezione e assistenza ai rifugiati», ha aggiunto padre Carbajal, che è anche direttore di una struttura di accoglienza a Città del Guatemala chiamata Casa del migrante.

«Siamo tutti coinvolti in queste situazioni — ha concluso il religioso scalabriniano — siamo tutti nel dolore perché ci sono persone perseguitate a causa della loro fede, perché ci sono barconi stracolmi di persone, tra cui molti bambini, che fuggono dalla violenza».

Nel corso di questa sessione speciale — ce ne sono state una decina durante il vertice — i rappresentanti di diversi paesi dell’emisfero nord non hanno mancato di ricordare il loro impegno a favore dei rifugiati. Per esempio il Canada, che ha accolto circa 30.000 profughi siriani, garantendo loro ospitalità e istruzione, e che conta di incrementare la partecipazione degli attori locali. Dall’altro lato dell’Atlantico, la Germania, il cui cancelliere Angela Merkel era presente al vertice, ha assicurato che si attiverà per garantire ai rifugiati un accesso incondizionato agli aiuti umanitari.

Tra le riflessioni più interessanti, c’è stata quella del direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni William Lacy Swing. Forte delle sue esperienze sul campo, in Libia nel 2011 e attualmente nello Yemen, il responsabile americano ha potuto trarre varie lezioni per costruire un’efficace politica di aiuto ai rifugiati. Non è più possibile, per esempio, come è avvenuto durante l’evacuazione dalla Libia di 250.000 migranti originari di 54 paesi, che i rifugiati non figurino in nessun registro. Questi migranti “invisibili” hanno bisogno di una protezione internazionale al pari di tutti gli altri. «Attualmente si stanno evacuando rifugiati dallo Yemen a Djibouti, dall’altro lato del Mar Rosso, ma molto lentamente, perché bisogna aspettare il cessate il fuoco. Abbiamo bisogno di protezione», ha dichiarato.

Ma per William Lacy Swing l’aiuto ai migranti richiede soprattutto una rivoluzione delle coscienze. «Bisogna farla finita con quei racconti tanto velenosi sui migranti, per ritornare a una visione storicamente più corretta, ossia che i migranti sono gli attori originali dello sviluppo», ha precisato. Un concetto, del resto, valido ancora oggi, secondo la sua concittadina Ruma Bose, presidente dalla Chobani Foundation e membro dell’Unhcr. A suo parere, «accogliere i rifugiati non è solo un obbligo, ma anche un investimento economico che può essere molto redditizio». Un euro per aiutare i rifugiati permette di guadagnare due euro grazie al ritorno economico che può avere in un arco di cinque anni, ha affermato, purché il settore pubblico e quello privato accettino di collaborare per condividere i rischi.

«Le migrazioni non sono un problema da risolvere, ma una realtà umana che ci precede e che dobbiamo imparare a gestire», ha concluso il presidente dell’Oim. «Oggi per esempio, dobbiamo imparare a gestire la diversità sociale, etnica e religiosa, in continuo aumento». Un cambiamento di paradigma che meriterebbe di figurare ai primi posti tra le risoluzioni della riunione plenaria di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York — dedicata ai movimenti su vasta scala di rifugiati e di migranti — prevista per il prossimo 19 settembre.

di Charles de Pechpeyrou

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