Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Riso amaro

· ​Leopardi e lo smascheramento delle false illusioni ·

Sin dalla loro prima pubblicazione, nel 1827, le Operette morali conobbero un percorso travagliato: l’isolamento, la censura, l’ottusa incomprensione consegnarono l’opera, per un lungo lasso di tempo, a un mortificante oblio. Infliggendo così a Giacomo Leopardi «un dolore acutissimo», come egli stesso scrisse in una lettera all’amico Pietro Giordani. Le valutazioni poco lusinghiere, riguardo alle Operette, formulate prima da Francesco De Sanctis, poi da Benedetto Croce, non favorirono certo un sereno e imparziale atteggiamento da parte della critica, la quale nel giudizio dei due “luminari” tendeva supinamente a riconoscere il suggello dell’ipse dixit, che nessuno avrebbe mai osato contestare e tanto meno scalzare. 

Ma, in una sorta di paradosso, fu proprio questa stroncatura, sottolinea Emilio Russo, docente di letteratura italiana alla Sapienza di Roma, nel libro Ridere del mondo. La lezione di Leopardi (Bologna, Il Mulino, 2017, pagine 224, euro 22) a preparare il terreno per una radicale rivalutazione di un’opera destinata a segnare una tappa significativa lungo l’itinerario del pensiero filosofico e morale non solo in Italia, ma anche nell’ambito della cultura europea.
Alle Operette (nel 1834 fu redatta un’edizione intermedia e nel 1835, a Napoli, quella definitiva) è stata mossa una critica serrata perché anzitutto in esse l’autore aveva elaborato un sistema filosofico in cui si specchiava il riflesso debole e pessimista di un pensiero frammentario e disorganico, che certo non poteva trovare adeguata consonanza con quel clima di diffuso spiritualismo ottimista e borghese che caratterizzò gran parte dell’Ottocento. E così, sbrigativamente, le Operette finirono per essere considerate una stanca rielaborazione di temi già affrontati nello Zibaldone. In realtà l’opera, una raccolta di ventiquattro componimenti in prosa, divisi fra dialoghi e novelle, contiene una carica di modernità — sottolinea Russo — che all’epoca poteva sfuggire anche al lettore più avveduto. E non a caso la corretta valutazione delle Operette è avvenuta solo nel secondo Novecento, quando — sedimentatisi i reali valori delle grandi intuizioni del poeta di Recanati — critici di grande levatura, da Cesare Luporini a Sebastiano Timpanato, da Walter Binni a Mario Fubini, hanno riscattato quel libro dall’oblio, facendone l’oggetto di uno studio aperto e profondo, libero da condizionamenti ideologici e letture aprioristiche.
Ma in che cosa consiste principalmente quella carica di modernità che costituisce uno dei tratti distintivi delle Operette? Nella capacità di Leopardi — evidenzia Russo (da questo rilievo deriva il titolo del suo libro) — di declinare in chiave umoristica anche le riflessioni più grevi e tenebrose sui mali e sui guasti della società del tempo. Un umorismo con il quale il poeta intendeva indurre i lettori al sorriso. Fatto questo, tanto più rimarchevole, considerando che Leopardi, fin dal suo apparire sulla scena culturale, era stato giudicato, in modo miope e affrettato, come l’incarnazione del pessimismo.
Ma il suo era un pessimismo che solo superficialmente tendeva alla negazione e all’inerzia. Al riguardo aveva visto giusto (questa volta, sì) De Sanctis quando, nel contrapporre Schopenauer al recanatese, scriveva: «Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto. E non puoi lasciarlo che non ti senta migliore».
E la volontà di tessere una trama intrisa di ironia era stata manifestata da Leopardi già negli anni precedenti alla composizione delle Operette morali. In un passo dei Disegni letterari il poeta afferma che in un futuro non lontano avrebbe scritto «dialoghi satirici alla maniera di Luciano», mutuando dallo scrittore greco quel tipo di personaggi che ben si confanno a creare «scene di commedie» utili a «provar di dare all’Italia un saggio del suo vero linguaggio comico». All’Italia, lamenta Leopardi, è ignoto lo stile che deriva dal «ridicolo attico», dalla dimensione «plautina e lucianesca». Così il poeta assegna a se stesso la missione di «render dotto» il Paese su un versante con cui «non ha dimestichezza alcuna». Ecco allora che ne La scommessa di Prometeo, nel Dialogo di un fisico e di un metafisico, ne Il Parini, ovvero Della Gloria, ne Il Copernico, la chiave di volta è dettata da un’ironia concepita come strumento privilegiato per mettere alla berlina la vanità, l’arroganza, la miopia del genere umano, nella consapevolezza che una critica «non frontale ma laterale» — che solo una misurata ironia sa garantire — finisce per risultare la più efficace nel denunciare e smascherare brutture, nefandezze e false illusioni.
Le Operette dunque sono segnate dalla «tragedia dell’ironia», da un sorriso che in quanto strumento catartico, si fa amaro, poiché la scrittura che caratterizza tale raccolta è costellata di espressioni derisorie, sottili ammiccamenti, citazioni sbeffeggianti. Si tratta di un’ironia che si nutre di vistose antinomie, di stridenti contrasti, dove le ipotesi negate comportano lo scontro tra la legge della natura e l’esistenza soggettiva. Rappresentativo, in merito, è il Dialogo della Natura e di un islandese, dove per la prima volta, in modo netto e programmatico, si manifesta nella poetica leopardiana il passaggio dalla concezione positiva della natura a quella negativa, che vede in essa un’entità matrigna, crudele e indifferente. Ispirandosi a Voltaire, il poeta immagina un islandese che viaggia di continuo per fuggire la natura, ma giunto in Africa, in un luogo misterioso dai tratti esotici, incontra, o meglio s’imbatte proprio in colei — raffigurata nelle sembianze di una donna «tra il bello e il terribile» — che voleva evitare. E sulla base di questa impostazione dichiaratamente ironica, che irride le velleità di fuga dell’islandese, si sviluppa il celeberrimo monologo del protagonista, il quale denuncia l’ineliminabile infelicità dell’esistenza, perché la sofferenza è insita nell’uomo.
E pensare che Leopardi — dopo che il sipario della censura era calato più volte sulle Operette morali, destinate a esercitare una robusta influenza su autori del calibro di Michelstaedter e Pirandello (l’umorismo e il sentimento del contrario) — aveva maturato il proposito di bruciare il libro perché «sfortunato e senza pubblico».

di Gabriele Nicolò

 

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

24 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE