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​Riscrivere don Quijote

· ​In castigliano contemporaneo il capolavoro di Cervantes ·

«Le note intralciano la lettura. Ho cercato di riportare il Don Quijote alla lingua parlata, di tutti i giorni. Quella che l’autore voleva rendere nel XVII secolo» spiega Andrés Trapiello a Javier Rodríguez Marcos, raccontando com’è nata l’idea di tradurre Cervantes in castigliano contemporaneo; via i termini arcaici, i giochi di parole barocchi, le metafore incomprensibili ai lettori del xxi secolo, per invogliare anche chi è allergico ai classici a fare la conoscenza del cavaliere dalla triste figura e del suo fido scudiero Sancho. «Così facendo non si rischia di perdere molto del gusto dell’opera?» chiede con perfido candore Rodríguez Marcos, che sta intervistando Trapiello per «Babelia», il supplemento culturale di «La Razón» uscito il 30 maggio scorso.

Il problema è che quattrocento anni sono passati e Cervantes non lo capiamo più, taglia corto il suo interlocutore; «quello che non si capisce deve essere tradotto».

Ma davvero c’è bisogno di “attualizzare” i classici? E se fosse vero il contrario, e cioè che sono i classici, in realtà, ad attualizzare noi?

«Il problema non è se i classici sono attuali, il problema è se lo siamo noi rispetto a loro» amava dire provocatoriamente lo scrittore (e appassionato, bulimico lettore) Giuseppe Pontiggia. Nei tanti saggi e articoli che ha dedicato a questo tema, Pontiggia parla spesso dei testi che fanno parte del codice di riferimento di una cultura come di «contemporanei del futuro», usando un ossimoro che descrive bene la loro caratteristica più affascinante. La grande letteratura ha il potere di annullare il tempo nel momento in cui pone il racconto non solo nel passato ma soprattutto nel futuro, consegnandolo anche alle generazioni che verranno. Leggere ha il potere di rendere attuale ciò che non lo è, di ridare vita a parole che arrivano a noi da un altro tempo. Attenuare gli spigoli, smorzare le differenze, abbassare l’asticella del salto o regolare la temperatura dell’acqua di questa immersione in un tempo e in un mondo dalle coordinate non facili e non immediate da capire secondo il proprio capriccio personale (o inconscio allineamento alla moda del momento) rende il viaggio forse più breve, ma sicuramente più noioso.

Immaginiamoci un Moby Dick ambientato ai giorni nostri, nell’immenso acquario del parco giochi di Orlando, sotto il sole della Florida. Potrebbe essere un’idea interessante per la sceneggiatura di un film in 3d, un po’ meno per un libro.

Del desiderio di riscrivere i classici si è preso gioco con la consueta eleganza Borges nel racconto Pierre Menard, autor del Quijote scritto nel 1944. Lo scrittore argentino immagina un fantomatico intellettuale francese che, a un certo punto, inizia a riscrivere parte del libro. Borges si premura di precisare che Menard non vuole copiare l’opera di Cervantes ma produrre «delle pagine che coincidano parola per parola e linea per linea con l’opera originale». Una duplicazione diversa solo nella data di nascita, tanto precisa e accurata quanto inutile.

di Silvia Guidi

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21 agosto 2019

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