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A rischio della vita

· L’avvocato musulmano di Asia Bibi parla del difficile compito di difendere i cristiani in Pakistan ·

«I cristiani in Pakistan hanno bisogno di un sostegno serio e organizzato per il percorso di istruzione superiore e universitaria. Per aiutare realmente e concretamente le comunità cristiane in Pakistan, i diversi paesi occidentali potrebbero stanziare un alto numero di borse di studio per almeno 500 giovani cristiani l’anno, educandoli in atenei prestigiosi. Questi giovani, poi, dovrebbero tornare nel nostro paese. Sono convinto che, nell’arco di un decennio, la situazione migliorerebbe di molto»: è la visione e l’originale proposta espressa dal musulmano Saif ul Malook che, in un colloquio con «L’Osservatore Romano», offre una valutazione a tutto tondo sulla condizione della comunità cristiana in Pakistan, che consta meno del due per cento su una popolazione di 200 milioni di abitanti.

L’avvocato musulmano Saif ul Malook

Malook, da intellettuale e professionista di fede musulmana, è entrato con tutto se stesso in queste vicende dopo esser stato l’avvocato difensore di Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia verso il profeta Maometto nel 2010 e assolta dalla Corte Suprema nel 2018, nel corso di un processo giunto al terzo grado di giudizio. Animato solo dal desiderio di giustizia, l’avvocato ha messo a rischio la sua vita accettando un incarico da molti ritenuto pericoloso e inopportuno, ricevendo pressioni e minacce da gruppi religiosi estremisti, per far sì che abbandonasse la donna cristiana al suo destino.

Malook nei giorni scorsi è stato in Europa, con tappe prima a Roma e poi a Parigi, in occasione della «Giornata internazionale dell’avvocato minacciato», celebrata su iniziativa della «Day of the endangered lawyer Foundation», con sede in Olanda, che ha coinvolto associazioni di avvocati e altre organizzazioni a tutela dei diritti umani in diversi paesi europei. La celebrazione della speciale Giornata, giunta alla decima edizione, nel 2020 è stata dedicata al Pakistan, nazione in cui negli ultimi anni «alcuni avvocati sono stati sottoposti ad atti di terrorismo di massa, omicidio, tentato omicidio, aggressioni, minacce di morte, atti di disprezzo, intimidazioni nell’esercizio delle loro funzioni professionali», rileva una nota della Fondazione.

Da qui la testimonianza di Malook che si riferisce in particolare a tutti i legali che, in Pakistan, decidono di difendere imputati in casi di blasfemia, il reato di vilipendio al Corano e al profeta Maometto, punito in Pakistan con una legge che commina l’ergastolo o perfino la pena di morte. «Quegli avvocati — confida — sono duramente attaccati, abbandonati e isolati dagli stessi colleghi. E sono vittime di un pregiudizio religioso che è radicato: il Corano difende chi è condannato con false accuse ma, nonostante tutto, una volta assunto l’incarico di difendere la cristiana Asia Bibi, falsamente imputata per blasfemia, come abbiamo dimostrato, sono stato tacciato di “difendere gli infedeli”. Ho ricevuto minacce, ho dovuto assumere guardie del corpo. La mia vita è cambiata, dopo quel passo».

Tuttavia l’avvocato Malook non ha dubbi e non si pente di essersi impegnato «per la giustizia e per il bene del Pakistan»: «Lo rifarei. Credo che la nostra nazione abbia bisogno di liberarsi da uno schema che imprigiona lo stato di diritto e miete vittime tra cristiani e musulmani», ricorda. Malook ha raccontato che «nei processi relativi ai casi di blasfemia, gli avvocati difensori degli imputati incontrano criticità e ostacoli: date le forti pressioni religiose, i giudici sono spesse volte impauriti e, nella stragrande maggioranza dei casi, accolgono le prove, pur deboli e fabbricate ad hoc, condannando il soggetto accusato di blasfemia». Solo nei successivi gradi di giudizio — davanti alla Corte di appello e alla Corte Suprema — si può tentare faticosamente di ribaltare le sentenza e far emergere la verità», rileva Malook, «ma lo si fa a proprie spese, mettendo in conto di poter finire nel mirino».

Paradigmatico è il recente caso di due amici di Faisalabad, arrestati con l’accusa di blasfemia: Shahbaz Masih, cristiano e Muhammad Ishaq, musulmano. I due sono stati fermati pochi giorni dopo il Natale e si trovano tuttora in carcere. Le loro famiglie sono fuggite per motivi di sicurezza in una località segreta e assicurano che le accuse di blasfemia sono false e strumentali, come avviene, spiega Malook, nella maggioranza dei casi.

Nei giorni scorsi anche gli esperti dell’Onu hanno criticato la condanna alla pena capitale emessa il 21 dicembre 2019 nei confronti di Junaid Hafeez, un docente di 33 anni dell’università Bahauddin Zakariya della città di Multan. Hafeez era stato arrestato nel 2013 e incriminato, dopo la denuncia di alcuni suoi studenti che lo accusano di aver usato espressioni blasfeme nei confronti del profeta Maometto, sia durante le sue lezioni che sul suo profilo Facebook.

È un percorso irto di difficoltà quello di un avvocato che vuole farsi carico di queste vicende. Così è stato per Saif ul Malook che, in una sorta di “passaggio del Rubicone”, decise di assumere la difesa di Asia Bibi, la donna che ora è salva in Canada, con la sua famiglia, sotto la protezione del governo di Ottawa. Così Malook motiva la sua sollecitudine verso i cristiani in Pakistan: «Siamo cittadini pakistani. Siamo esseri umani con la stessa dignità, diritti, desiderio di pace, giustizia, uguaglianza, benessere». E, grazie alla sua originale prospettiva di uomo che offre un contributo per migliorare la condizione dei cristiani, ma non vive dentro la comunità dei battezzati, rivela: «La povertà e il basso livello di istruzione sono le problematiche maggiori per i cristiani nel nostro paese. Vedo che il flusso di denaro che arriva da paesi occidentali a organizzazioni cristiane in Pakistan spesso non raggiunge i suoi scopi. E, d’altro canto, vi sono, nelle nazioni dell’Occidente, associazioni che hanno fatto del tema della persecuzione dei cristiani un business o un trampolino di lancio di carattere politico. È una materia molto sensibile, soggetta a facili strumentalizzazioni. Occorre prestare la massima attenzione».

Da qui, allora, la sua proposta di cambiare prospettiva e mutare le modalità di assistenza verso la comunità cristiana: la strada giusta per garantire autentico sviluppo umano, secondo il legale, è offrire aiuto materiale accogliendo in università in Europa o in America giovani pakistani che, per motivi di indigenza familiare, non possono permettersi gli studi. «Una soluzione siffatta — conclude Malook — avrebbe, a mio parere, un reale impatto di promozione umana, sociale e culturale della comunità cristiana. A patto che questi giovani si impegnino, naturalmente, a tornare nel paese, dopo gli studi all’estero, per dare il loro contributo nel mondo delle professioni, nella società, nella politica».

di Paolo Affatato

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23 febbraio 2020

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