Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Riprende nel mondo la corsa agli armamenti

· Dopo cinque anni tornano ad aumentare le spese militari ·

Nel mondo si è rimessa in moto un’imponente corsa agli armamenti, che non si può peraltro percepire se ci si limita a considerare i dati relativi alla crescita a livello globale, che registra quest’anno, secondo il rapporto pubblicato l’11 dicembre dall’autorevole Stockholm International Peace Research Institute, una crescita solo dell’1,9 per cento, con un’inversione di tendenza sui cali riscontrati nel corso degli ultimi cinque anni.

La fabbricazione e gli acquisti di materiali d’armamento tendono in effetti a essere collegati con le situazioni di tensione e di rischio che si verificano nel mondo e oggi possiamo vedere come le cifre del volume d’affari dei maggiori produttori a livello globale contribuiscano a delineare una sorta di mappa geopolitica delle tensioni di questi anni.

Ne giro di una sola settimana abbiamo letto sulla stampa internazionale che il Qatar ha concluso il 10 dicembre un accordo con la Gran Bretagna per l’acquisto di 24 Eurofighter Typhoon, per un importo complessivo di 8 miliardi di dollari. Il ministro della difesa britannico ha dichiarato che si tratta della maggior commessa di Typhoon (che è entrato in servizio nel 2003 e di cui sono stati venduti circa 600 esemplari) nell’ultimo decennio. Doha ha anche espresso l’intenzione di acquistare nel prossimo futuro altri prodotti dell’industria degli armamenti britannica, mentre un accordo similare concluso il 7 dicembre con la Francia prevede la cessione di 12 caccia Rafale prodotti da Dassault Aviation. La presidenza della repubblica ha reso noto che l’accordo è accompagnato da una dichiarazione di intenti per l’acquisto di 490 veicoli corazzati Vbci per un prevedibile valore di 1,7 miliardi di dollari.

Nel Golfo, la tensione seguita al blocco imposto nell’ottobre scorso al Qatar da alcuni paesi arabi capeggiati dall’Arabia Saudita, ha causato la crescita degli investimenti militari qatarini. E la stessa Arabia Saudita sta notevolmente incrementando i propri arsenali, soprattutto con gli acquisti formalizzati in occasione della visita del presidente Trump.

Le vendite delle prime cento società che producono materiali d’armamento hanno lo scorso anno raggiunto i 374 miliardi di dollari e il fenomeno è riconducibile a un marcato aumento della conflittualità in un anno, il 2016, che viene classificato all’istituto di Stoccolma tra i primi cinque, dalla fine della guerra fredda, con il maggior numero di persone uccise nel corso di scontri militari. Questa conflittualità è riconducibile in particolare, ma non solo, alle tensioni nel Golfo, nella penisola coreana e nel mar Cinese Meridionale.

I ritmi di crescita più veloci nella vendita di armamenti si riscontrano in Turchia (più 27,6 per cento nel solo 2016), in Corea del Sud (più 20,6 per cento) e in Ucraina ove UkrOboron, ha registrato una crescita del 25 per cento grazie a una forte richiesta del governo collegata alle tensioni nel Donbass e all’aumento delle esportazioni. Nelle Americhe cresce il Brasile, che fa segnare un balzo in avanti del 10 per cento.

L’industria militare degli Stati Uniti cresce del 4 per cento, con una quota del 57,9 per cento del mercato globale e con 38 delle prime cento imprese produttrici di armamenti al mondo. Quella della Federazione russa cresce del 3,8 e con una quota di mercato pari al 7,1 per cento. In calo invece le vendite del Giappone (meno 6,4 per cento) anche in relazione all’apprezzamento dello yen, dell’Australia (meno 4,3 per cento) e dell’India (meno 1,2 per cento).

Agli Stati Uniti e all’Europa occidentale appartengono le prime dieci compagnie a livello mondiale, quelle che nel 2016 hanno totalizzato il 52 per cento delle vendite delle prime cento compagnie a livello mondiale. Lockheed Martin con 40,8 miliardi di dollari e con una crescita di oltre il 10 per cento nel volume d’affari si conferma come il primo produttore e aumenta il margine di vantaggio sulla rivale Boeing. In Europa il maggior tasso di crescita si riscontra in Germania, che peraltro detiene solo l’1,6 per cento del mercato globale.

L’istituto di Stoccolma precisa che l’analisi non considera i produttori cinesi, a causa della mancanza di dati disponibili. Secondo le stime, tuttavia, almeno due società della Cina Popolare, Avic e Norinco, potrebbero rientrare nella lista dei primi dieci produttori al mondo.

I dati del rapporto aiutano a percepire e quantificare fenomeni certo non nuovi, ma rilevanti per valutare i rischi che il mondo dovrà affrontare nel corso dei prossimi anni. Colpisce la misura della preponderanza degli Stati Uniti, destinata ad accrescersi dopo gli aumenti dei fondi destinati alle forze armate decisi quest’anno dal presidente Trump.

Una preponderanza che non può non trovare una corrispondenza in molti settori della ricerca scientifica, considerato lo stretto collegamento tra industria degli armamenti e ambiti quali la fisica, la matematica, la cibernetica, le scienze spaziali. Gli Stati Uniti vengono in questi mesi dipinti come un paese in forte crisi e indebolito da gravi conflitti sociali e politici, ma non si può dimenticare che i dati sugli armamenti si accompagnano a quelli di un’economia che cresce più velocemente di quelle degli altri paesi occidentali, a una capitalizzazione di borsa ai suoi massimi storici e, appunto, a un livello unico in molti settori della scienza e della ricerca.

Fa riflettere anche il fortissimo aumento delle vendite di materiali d’armamento prodotti dalle industrie turche, che esprime la volontà di proiezione esterna di Ankara, facilitata oggi dalle tensioni nel Golfo, che giustificano l’accresciuta presenza di militari turchi nella base mantenuta in Qatar e da un atteggiamento benevolo da parte di Mosca.

Comprensibile, ma pur sempre eclatante, l’aumento della produzione in Corea del Sud, che si attesta come maggior produttore tra i paesi emergenti. In questo contesto, preoccupano ancor di più le reciproche accuse che Stati Uniti e Russia si rivolgono per violazioni del trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) e per l’abbandono dell’accordo Abm (Anti-Ballistic Missile).

Il mondo sembra avviato verso anni difficili e pericolosi e sarebbe auspicabile che, nei paesi europei, le polemiche collegate alla politica interna venissero sostituite da un dibattito approfondito sui temi della preservazione della pace e sulla ricerca di soluzioni per ridurre i rischi.

di Antonio Zanardi Landi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

08 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE