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Riposizionarsi di continuo

Un ex bambino di 7 anni che accoglie suo padre di ritorno da un viaggio e una ragazza che colleziona articoli in un raccoglitore azzurro: sono loro gli autori di due libri particolarmente interessanti tra quelli scritti in questi tempi di muri, tra anniversari, nuove costruzioni, riconversioni... Due libri antitetici ma in continuo dialogo, perché le storie sono molto più sfaccettate di quanto possiamo e potremo mai immaginare.

Carlo Greppi, L’età dei muri. Breve storia  del nostro tempo (Milano, Feltrinelli 2019,  pagine 284, euro 18)

È Carlo Greppi — che ricorda ancora «la sensazione fisica» della bustina di plastica con dentro un pezzo del Muro che ricevette da suo padre rientrato da Berlino — a dimostrarci come l’età dei muri non sia mai finita. E lo fa, da una prospettiva molto originale, intrecciando le storie di quattro uomini «che hanno provato a lottare contro il muro della complicità, dell’oblio, del silenzio, e contro la fisicità devastante della barriera». Sono uno storico (il polacco Emanuel Ringerblum 1900-1944), un fotografo (il tedesco Joe J. Heydecker 1916-1977), un attivista (il canadese John Runnings 1917-2004) e un musicista (il giamaicano, probabilmente, più famoso al mondo, Bob Marley 1945-1981).

Mattoni, lastre di cemento armato, confini di filo spinato o concertina, linee tracciate sulla carta: nell’eterna e arbitraria divisione tra noi e loro, ogni barriera ci dà l’illusione di proteggerci ma contemporaneamente ci rinchiude, ci esclude, ci esula. «Non sono forse questi, i muri? — scrive Greppi in L’età dei muri. Breve storia del nostro tempo — Dei dispositivi la cui struttura elementare è piuttosto arcaica (...) e la cui origine è fin troppo evidente: la guerra (...). Poi c’è il voler nascondere alla vista chi si vuole allontanare, uno degli aspetti che ha preso forma con il tempo. Un elemento che si pensava superato ma che, con l’avvento della “guerra al terrore” dopo l’11 settembre 2001, è tornato a far parlare di sé, con la paranoia della sicurezza che porta molti a esigere di vivere sigillati, senza voler vedere cosa c’è al di là».

Agli antichi muri che crollano si aggiungono (3/4 dei muri oggi esistenti al mondo sono stati innalzati dopo il 1989) nuove barriere per difendere i confini, crearne di nuovi, per blindare nuove e vecchie terre, per contrastare vecchi e nuovi spostamenti. «Il mondo sembra in fiamme, oggi, e non sappiamo cosa verrà fuori da queste macerie, da questo business inquietante, da questa nuova religione dell’esclusione, da questa epidemia. (...) Di questo contagio possiamo scovare le origini nei due muri che ne sono la matrice anche nel tempo e che sono due assi portanti di questa Europa in crisi, dominata dalla paura dell’altro, dalla retorica dell’esclusione: Varsavia e Berlino».

Ha qualche anno in meno di Greppi, Michela Monferrini, la ragazza che collezionava notizie di muri. A un certo punto, però, il suo raccoglitore azzurro ha dovuto accoglierne un’altra categoria: a quella dei “Muri che dividono” si è infatti affiancata quella dei “Muri maestri”. Perché oltre ai muri che chiudono, ostacolano, ghettizzano, ai muri che fratturano, ci sono anche muri che accolgono, ricordano, muri che invitano a costruire e a ribellarsi all’ingiustizia.

Michela Monferrini, Muri maestri  (Milano, La nave di Teseo, 2018,  pagine 142, euro 18)

Dal muro del Pianto ai muri dell’artista Candy Chang che raccolgono i desideri che le persone vorrebbero realizzare prima di morire (gli stessi a prescindere da latitudini e contesto economico); dal muro del sottopassaggio del quartiere Altgeld, South Side di Chicago, su cui vengono scritti i nomi delle vittime degli scontri tra bande giovanili, all’American Immigrant Wall of Honor di Ellis Island dove, su richiesta dei familiari, sono incisi nomi e cognomi di quanti arrivarono per mare a Nuova York; fino al muro spezzato della stazione di Bologna, la lastra spaccata dall’esplosione il 2 agosto 1980 alle ore 10.25 del mattino, lasciata al suo posto a futura memoria – un muro «che non era stato costruito con la forza, ma colpito con la violenza; il cui compito non era impedire ma permettere. (...) permettere ai morti di non sparire del tutto; ai vivi di non sentirsi scartati, ma privilegiati».

Il muro come forma che veicola il messaggio viene così ricostruito, pagina dopo pagina, viaggio dopo viaggio, da Monferrini in Muri maestri. «Quello che è scritto sui muri maestri racconta le storie di molti, di tutti; fissa una moltitudine di anonimi senza le speranze; i desideri, i gesti, le lotte; li salva dall’oblio ribellandosi al tempo; li riporta alla luce ripescandoli dal sommerso, dove pure sono stati messi muri a dividere».

È un esercizio prezioso questo muoverci tra i muri di Greppi e quelli di Monferrini, tra ciò che esclude e ciò che accoglie, ieri come oggi. Obbliga a riposizionarsi di continuo in ogni luogo e in ogni tempo, perché i muri esistono in virtù di donne e uomini che li attraversano, o che li vorrebbero attraversare. Donne e uomini che li fotografano, li raccontano, li scalano, li progettano e li cantano. Come quel musicista della Giamaica che «non ha mai nominato neanche un muro di separazione, nelle sue canzoni, eppure — nota Greppi — ha raccontato il mondo come era e l’ha immaginato come non era. E come ancora non è».

di Giulia Galeotti

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19 novembre 2019

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