Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Ripensare l’umanesimo

· Due saggi s’interrogano sulla complessa eredità di una fondamentale epoca culturale ·

Il filosofo tedesco  Martin Heidegger

Per molto tempo, e certamente tra l’Ottocento e il Novecento, gli intellettuali del Quattrocento non hanno goduto di buona fama. Al culmine del Risorgimento e subito dopo, quando si trattava di dare una cultura “unitaria” all’Italia, nonché dimostrare che l’Italia c’era sempre stata e la continuità non era mai venuta meno, già il fatto di raccogliere gli intellettuali del Quattrocento sotto la categoria di retori, grammatici o semplicemente “letterati” (è stato un secolo senza poesia, si diceva) diminuiva non poco la loro reputazione. Come ha osservato Rocco Rubini nel suo documentatissimo The Other Renaissance: Italian Humanism Between Hegel and Heidegger (The University of Chicago Press 2014), nessuno voleva imparentarsi con figure che non avevano dimostrato sentimenti nazionali e che, apparentemente chiusi nelle loro discipline, parevano perfino soddisfatti della segregazione intellettuale nella quale vivevano. E poi, che discendenza avevano lasciato? C’erano stati Pico e Ficino, ma dov’erano i pichiani e i ficiniani? Ugualmente ci si poteva chiedere dov’erano i continuatori di Campanella o Bruno. Bisognava attendere Vico perché si potesse intravedere una genealogia vichiana.

Il primo bruniano, a dire il vero, è stato Schelling con il suo Bruno del 1802. Per una ripresa di Bruno in terra italiana, bisogna dunque arrivare a Spaventa? A questa domanda ha da poco risposto Luca Oliva con L’ontologia della materia. Giordano Bruno tra Otto e Novecento (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2018, pagine 240, euro 32), dove viene tracciata con molta accuratezza la fortuna tardiva di Bruno nella filosofia europea e italiana, che da Schelling ai giorni nostri non ha fatto che crescere. Ma Bruno ha solo una lontana parentela con l’umanesimo, e anche il rinascimento gli sta stretto.
Uno sguardo complessivo che affronta la difficile eredità del primo umanesimo viene da Massimo Cacciari e dal suo La mente inquieta. Saggio sull’umanesimo (Torino, Einaudi, 2019, pagine 128, euro 18). Per l’eccezionale antologia Umanisti italiani. Pensiero e destino, curata da Raphael Ebgi (Einaudi 2016), Cacciari aveva già scritto una prefazione che ora, con ampliamenti e precisazioni, è divenuta il testo pubblicato autonomamente.
Cacciari non teme di riprendere il discorso sul Quattrocento proprio riallacciandosi alla diatriba accademica iniziata nel secondo dopoguerra: da un lato il giudizio pesantemente negativo di Oskar Kristeller, per il quale il Quattrocento italiano non era filosofia nemmeno a voler essere generosi, e dall’altro la rivalutazione promossa da Eugenio Garin e Cesare Vasoli, certamente nel nome di una continuità storicistica, ma anche con un profondo apprezzamento dei contributi originali di pensiero di quel secolo che a molti sembrava aver speso le sue forze (e quali forze!) “solo” nella pittura e nell’architettura.
La contesa sembrerebbe ormai sepolta sotto il peso della manualistica, ma Cacciari dimostra che non è così. E se si schiera dalla parte di Garin e Vasoli non è certo in nome di un ritrovato storicismo, bensì per sgombrare subito il campo da ogni dubbio. L’umanesimo del Quattrocento non è in attesa di essere rivalutato, perché la sua importanza non può nemmeno essere messa in dubbio. Non per tornare a un generico Humanismus di marca germanica, e nemmeno per riattivare la vecchia polemica tra l’humanisme di Sartre e la critica che ne diede Heidegger più di settant’anni fa, ma perché tutta quella grammatica e retorica che teneva occupati i letterati di quel secolo lontano serviva a evidenziare, in senso assolutamente moderno, la questione del linguaggio e la sua irriducibilità a qualunque facile teoria che lo voglia considerare solo uno strumento nelle mani dell’uomo.
Cacciari propone di leggere gli umanisti contro la retorica dell’umanesimo, come filosofi del linguaggio non a dispetto delle loro preoccupazioni filologiche ma proprio in forza di esse, pensatori che hanno affrontato il “problema della lingua” con la stessa “mente inquieta” di Seneca (mobilis et inquieta homini mens data est) e forse, aggiungiamo, con lo stesso inquietum cor nostrum di Agostino. Forzando coscientemente la prospettiva offerta da Cacciari, potremmo affermare che l’umanesimo filologico è stato il decostruzionismo del Quattrocento, e insieme è stato ben di più. Non ha offerto solo una pura critica delle aporie nelle quali si andava a nascondere, come emerge dalle analisi di Lorenzo Valla, un’ontologia medievale non interamente cosciente dei limiti della sua lingua, ma ha illuminato anche e soprattutto una tensione del linguaggio verso la Verità che è indipendente dalla lingua nella quale tale tensione si incarna e che, come lo Spirito, agisce dove vuole, nel linguaggio e nell’epoca storica che vuole. Solo questo ha reso possibile quell’innesto della classicità sulla cristianità che è al cuore dell’impresa umanistica.
Bisogna insomma rileggere i classici con occhi nuovi, dal Dante del De vulgari eloquentia, perché è da lì che tutto inizia, e poi da Petrarca a Savonarola, che è invece il punto di catastrofe del progetto umanistico. La tesi fondamentale di Cacciari è infatti che l’umanesimo sia una filosofia essenzialmente tragica. Coprire la distanza che separa Atene da Gerusalemme in vista di una renovatio cosmica è un compito infinito (letteralmente: che non può finire), forse disperato e che con piena coscienza della sua tragicità va affrontato. L’umanesimo voleva essere una filosofia della pace e della concordia. La speranza venne messa alla prova negli anni di Savonarola a Firenze, e fallì. Ne è prova la delusione di Ficino, dapprima sostenitore del terribile domenicano e poi suo feroce oppositore. L’eredità del progetto umanistico venne raccolta da Machiavelli, in un senso se possibile ancora più tragico, e certamente non più come una filosofia della pace.

di Alessandro Carrera

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE