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Ripensare l’Europa unita

· A 25 anni da Maastricht ·

«Quelli che hanno pensato di fare a pezzi l’Unione sbagliano, perché senza Unione non esisteremmo come nazioni singole». Sono parole del presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, pronunciate ieri, a 25 anni dalla firma del trattato di Maastricht che ha trasformato la comunità europea (Ce) in Unione europea e che ha dato vita all’euro. Il 9 dicembre 1991 erano dodici i paesi che scommettevano in prima persona sull’integrazione che ha portato all’unione a 28, fino alla decisione della Brexit, presa con il referendum nel Regno Unito il 23 giugno scorso, che riporta a 27 gli stati membri. 

Jean-Claude Juncker presidente della commissione europea (Epa)

Quando Juncker ha iniziato il suo mandato di capo dell’esecutivo europeo, il primo novembre 2014, ha parlato di «commissione dell’ultima chance». E ieri ha ammesso che «si deve inventare un’orbita differente per tutti quelli che non si sentono a loro agio» in questa Ue. Ma ha poi ribadito che «sono la geografia e la demografia a costringere gli europei a stare insieme». L’Europa è «il continente più piccolo, con appena 5,5 milioni di chilometri quadrati, mentre la Russia ne ha 7,5». E secondo Juncker, il punto è che ora l’Ue conta per il 25 per cento del prodotto interno lordo globale ma tra 20 anni, per come va l’economia globale, potrebbe essere tutto molto diverso. Ci sono state, da parte di Juncker, anche parole che hanno lasciato trasparire disillusione: «Quello che mi ricordo più di tutto era la sensazione attorno al tavolo che stavamo aprendo un nuovo capitolo della Storia, non da vittime ma da attori». Juncker all’epoca era il giovane ministro delle finanze del Lussemburgo, poi è stato anche presidente dell’Eurogruppo.

Il suo successore alla guida del gruppo di paesi dell’area euro, Jeroen Dijsselbloem, nella stessa cerimonia di ricordo della firma nella città olandese di Maastricht, ha ricordato come «i problemi e i dubbi di 25 anni fa sono ancora tutti qui». Molto concrete le sue considerazioni sulle prospettive: «Il tempo dei grandi salti nell’integrazione europea è finito, l’Europa non è la risposta a tutto, dobbiamo essere molto più critici sulla sua espansione, approfondimento o ampliamento, geografico o politico». Per Dijsselbloem, «il progetto europeo è stato molto ambizioso e di successo, ha riunito un continente diviso e ha creato la pace», ma ora l’era post-bellica è finita e «si deve rivedere il modo in cui è stata pensata l’Europa».

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