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Ripensare l’autorità globale

· Tra stato di diritto e dignità della persona ·

L’approccio della Santa Sede agli affari internazionali non può essere paragonato del tutto a quello degli stati e delle organizzazioni internazionali, sebbene nel corso della storia vi siano stati, e continuino a esserci, molte analogie e punti d’intesa. La Santa Sede vede la vita internazionale attraverso la lente della missione e della vocazione spirituale della Chiesa cattolica, che sostiene la pari dignità di tutti gli esseri umani, prima di qualsiasi costrutto politico o culturale, e la dimensione trascendente di ogni singolo uomo o donna, con tutte le conseguenze che essa comporta per la vita della società. Pertanto, mentre la Santa Sede è un’entità sovrana di diritto internazionale simile allo stato, nel senso che è pienamente capace di agire come parte nei trattati e di stabilire relazioni diplomatiche, essa cerca, con la sua presenza nella comunità internazionale, di promuovere il bene comune dell’umanità, a prescindere dalla nazione, dalla razza o dalla cultura. La Santa Sede cerca di promuovere in modo particolare la libertà di religione — intesa come corollario necessario della dimensione trascendente dell’uomo — e, in generale, tutto ciò che contribuisce allo sviluppo umano integrale di popoli e individui. La pace tra e per tutti i popoli è sempre stato uno dei principali obiettivi dell’attività internazionale della Santa Sede, poiché senza pace lo sviluppo umano integrale è impossibile.

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (25 settembre 2017)

In questo momento della storia, in cui assistiamo a crescenti tensioni e conflitti in vaste aree del mondo, appare opportuno ricordare il sentito appello che Papa Pio XII rivolse ai leader mondiali un’ottantina di anni fa: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo».
Sappiamo bene che questo appello dell’ultim’ora fu ignorato da quanti detenevano il potere; avevano già scelto la via della guerra, con il risultato che era difficile tornare indietro. Sappiamo anche quale immensa tragedia è seguita, in parte anche perché si è stati sordi all’appello del Papa: una tragedia che ha portato alla perdita di sessantotto milioni di vite in sei anni, tra cui circa mezzo milione di giovani dagli Stati Uniti. Tutto ciò è accaduto a soli ventun’anni dalla prima guerra mondiale, che aveva portato via circa venti milioni di vite.
Purtroppo sappiamo anche che quelle perdite catastrofiche non sono state un motivo sufficiente per spingere l’umanità a rifiutare la guerra e l’uso della forza come strumento politico. La Santa Sede, da parte sua, ha fatto della pace una priorità chiara e assoluta.
Papa Francesco, in continuità con i suoi predecessori, non ha lesinato parole nella sua frequente condanna della guerra.
Più volte ha osservato che stiamo vivendo una terza guerra mondiale che viene combattuta a pezzi. Esaminando la storia dopo il 1945, possiamo dire che questa terza guerra mondiale non è nuova, ma è iniziata quasi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando la sconfitta dell’ideologia nazista ha lasciato spazio a un conflitto diretto tra due visioni dell’uomo riduzioniste e puramente economiche: il marxismo e l’assolutizzazione del libero mercato. Quando quel conflitto ideologico è terminato — simbolicamente con il crollo del muro di Berlino — il mondo non ha sperimentato una nuova era di pace, bensì, purtroppo, il ritorno di antiche ambizioni e della ricerca di egemonia nazionale o pseudoculturale.
La tentazione di usare la guerra come arma politica continua a essere presente, anche se oggi non poggia su qualche generica tendenza ideologica, bensì su diverse motivazioni, di solito legate a pretese di supremazia nazionale e, purtroppo, come ha affermato il Santo Padre il 19 novembre 2015, anche a velati interessi economici.
Possiamo dire che la presenza e l’attività internazionale della Santa Sede ha sempre promosso quello che Papa Francesco ha definito «il coraggio della pace».
Rivolgendosi all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, il 25 settembre 2015, Papa Francesco ha ribadito il concetto dello stato di diritto fondato sul riconoscimento della dignità della persona umana.
A livello internazionale, lo stato di diritto si basa sul rispetto della consuetudine internazionale, dei principi generali del diritto e della natura vincolante degli accordi solenni: pacta sunt servanda. Tuttavia, tale principio ha una base più profonda e sostanziale nella dignità della persona umana, di ogni singolo individuo. Il rispetto della persona umana è sempre il criterio e il fine del diritto e dell’azione politica, nonché la misura della loro correttezza etica.
Uno stato di diritto comprensivo esige anche un maggior consolidamento di una qualche sorta di autorità globale. L’idea di un’autorità globale è forse vecchia come il mondo, e ogni impero ha preteso di vedersi come tale, imponendosi con la forza.
Questa proposta della dottrina sociale della Chiesa non è stata ancora elaborata pienamente. Negli ultimi cinquantaquattro anni, la comunità internazionale ha compiuto grandi passi avanti nello sviluppo di norme e linee guida comuni. Tuttavia, fatte poche eccezioni, la creazione di sistemi concordati per attuarle si è rivelata molto meno efficace.
In questo contesto storico difficile, la Santa Sede ha svolto un ruolo importante nel costruire e mantenere la pace, promuovere i diritti e gli interessi di paesi e popoli più poveri e sostenere e promuovere la dignità umana, specialmente la difesa della vita e della libertà religiosa, per non parlare dell’impegno di costruire una comunità internazionale autentica e autorevole.
Per riassumere tutto quanto ho detto finora, la Santa Sede (non il Vaticano) è un soggetto vero e sovrano di diritto internazionale, riconosciuto come esercitante un ruolo e un’autorità specifici, specialmente negli ambiti della pace internazionale e dello sviluppo umano integrale. L’insegnamento dei papi contro la guerra è stato costante, dalla fine del diciannovesimo secolo sino al presente. La fine del conflitto ideologico che ha caratterizzato la seconda metà del ventesimo secolo non ha sempre portato una maggiore comprensione tra stati, bensì, talvolta, una recrudescenza di forme di nazionalismo del diciannovesimo secolo. Papa Francesco ha proposto ai leader nazionali principi per un’azione prudente, che in qualche modo sono indicativi dell’approccio e dell’attività della Santa Sede in seno alla comunità internazionale. Il coraggio della pace e l’applicazione di tali principi possono dar adito a una vera autorità globale, fondata sullo stato di diritto e sulla dignità della persona umana. Di certo la comunità internazionale ha intrapreso questo cammino, sebbene lentamente e non senza difficoltà. In questo ha trovato sempre l’incoraggiamento del Papa e il sostegno della Santa Sede.

di Paul Richard Gallagher

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