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Ripartire in fretta
con il cuore e con lo spirito

· Il voto britannico rappresenta un elettroshock per l’Unione europea ·

La Brexit è l’argomento su cui si concentra oggi l’attenzione di tutto il mondo. Giornali e televisioni offrono analisi e scenari di ogni genere, quasi tutti improntati a una grande preoccupazione per le possibili conseguenze dell’ormai inevitabile uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma è davvero troppo presto per capire quali saranno le conseguenze economiche e le conseguenze sulla solidità del rapporto politico con un grande Paese.

Le prime pagine dei giornali greci con la notizia sulla Brexit (Afp)

Solo alla riapertura delle borse lunedì si potrà valutare la gravità dei rischi a breve termine sui mercati europei e mondiali. Colpisce peraltro che le oscillazioni e le perdite più gravi si siano registrate venerdì non sulla piazza di Londra, ma su quelle orientali ed europee, Tokyo e Milano in primis. Solo la prossima settimana si potrà poi comprendere se dal Consiglio europeo usciranno indicazioni chiare, forti e univoche sul modo in cui la nuova Europa “ridotta” intenderà affrontare le emergenze epocali che ha di fronte.

Nel frattempo, il primo ministro scozzese, Sturgeon, ha già definito «molto probabile» un nuovo referendum sulla secessione della Scozia dal Regno Unito. È da notare che la totalità dei trentadue collegi elettorali scozzesi ha votato a favore del Remain, indicando una chiara preferenza per rimanere nell’Unione europea e nel mercato unico.

Giorgio Napolitano all’indomani del referendum ha invocato il ritorno allo spirito e al coraggio dei fondatori, adombrando un’occasione per l’Italia di contribuire in maniera decisiva, insieme a Francia e Germania, a ridare impeto, coraggio e visione alla ripresa del cammino europeo. È certamente questa una delle ricette indispensabili per aiutare a superare la crisi politica più grave che mai si sia abbattuta sul processo di integrazione europea e che dà fiato e combattività ai tanti nuovi populismi.

È comunque anche necessario tenere conto che il voto britannico è il risultato di una combinazione di fattori apparentemente disomogenei. Ma in definitiva la Brexit è stata frutto di un voto contro linee di tendenza che giorno dopo giorno hanno aumentato la differenza di reddito, di posizione e di opportunità tra gli have e gli have not.

Si avvia ora un processo lungo e una procedura parlamentare complessa che porterà il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Ed è interesse di tutti accelerare per quanto possibile il completamento delle procedure: chiudere, per ripartire e ripartire in fretta. Non è più questo un mondo dove ci si possa permettere di giocare soltanto di rimessa.

Il dibattito degli ultimi mesi sui giornali è, settimana dopo settimana, divenuto fuorviante. Era ed è chiaro che molti, troppi, di coloro che hanno scritto avevano un obiettivo politico e non tanto quello di informare l’opinione pubblica. In Gran Bretagna stessa non si sono d’altra parte risparmiati argomenti emotivi e pseudo-razionali per combattere la prima grande battaglia politica di questo secolo. Anche da parte di chi sperava fortemente nella permanenza di Londra nell’Unione si sono spesso impiegati toni e argomenti catastrofisti che non sempre hanno aiutato a comprendere e a serenamente valutare.

Ma il problema principale rimane, per chi ancora oggi vuole credere nell’Unione, quello di un’Europa indebolita, divisa fin sui suoi valori fondanti. Come si costruirà una nuova identità europea senza il Regno Unito? Cosa potrà l’Europa fare per contrastare le nuove chiusure e i particolarismi che non perdono giorno per manifestarsi?

La Brexit non è l’unico incidente grave nel processo d’integrazione europea. Se ne sono visti già tanti con danni diretti e collaterali forti, con conseguenze di lungo periodo ancora oggi non riassorbite. Ma in questi giorni di grande disorientamento si possono trarre tre indicazioni.

La prima è che il risultato del referendum britannico è una “chiamata alle armi” forte come non mai per i governi e le classi dirigenti europee, oltre che per i capi delle istituzioni comunitarie. A questo punto ci si sta giocando il futuro dell’Europa come elemento stabilizzatore e produttore di sicurezza e di pace. Non è più tempo per concessioni a bizantinismi, interessi corporativi o nazionali, piccoli e grandi egoismi. Le classi dirigenti di oggi verranno giudicate dal successo o dal fallimento che avranno riportato nel riavviare i processi virtuosi che hanno garantito settanta anni di pace e, con qualche incidente, di crescita.

La seconda constatazione, forse troppo ovvia, riguarda una psicologia collettiva europea che sembra avere oggi un problema grave. Una sorta di depressione delle istituzioni, che stentano a rappresentare e ad agire. Non rimane che sperare che la Brexit serva da elettroshock e che si capisca che non è più tempo di riunioni senza fine e di burocratismi perversi. È giunto il momento di decidere, con la testa, ma soprattutto con il cuore e con lo spirito.

La terza considerazione è tratta da un concetto tutto britannico, quello di decency che è qualcosa di un po’ più articolato di quello di decenza. Sono sotto gli occhi di tutti strane vicende che la decency non sanno neppure dove stia di casa e questo non fa bene all’immagine e alla credibilità dell’Europa. Decency, riconoscimento pieno degli errori fatti, forte volontà politica e una buona dose di cuore e di ottimismo: ecco il solo modo per iniziare, solo iniziare, a percorrere il sentiero in salita davanti a noi.

What doesn’t kill you make you stronger (“Ciò che non ti ucccide ti rende più forte”) ha detto ieri il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. E, con l’ottimismo della volontà, questa frase può mettere, per una volta, tutti d’accordo.

di Antonio Zanardi Landi

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26 maggio 2019

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