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Ripartire dal binomio
profezia e utopia

· La crisi della società italiana e il ruolo della Chiesa - inrtevista a Emma Fattorini ·

Anche Emma Fattorini, docente ordinario di Storia contemporanea all’Università La Sapienza ed ex-senatrice, riflette sulla co-presenza, necessaria e vitale, tra le due autorità, quella civile e quella spirituale–religiosa al fine di garantire il soddisfacimento del bisogno di senso e di sicurezza sempre presenti nella società e rilancia la discussione partendo da un’altra coppia di temi: profezia e utopia.

Perché questo binomio?

Sì, dobbiamo ripartire da questo binomio e per farlo trovo utilissimo tornare agli studi di Paolo Prodi, uno storico che non finiremo mai di rimpiangere. La profezia, naturalmente va intesa nella sua accezione originaria, che non è quella di predizione del futuro ma di trasmissione e discernimento della parola di Dio come “contestazione del male nel mondo”. Il rapporto dinamico tra profezia e utopia è stato fondamentale nella costruzione moderna della giustizia e della democrazia, creando una dinamica complessa e mai lineare ma feconda tra autorità civile e autorità religiosa. E però, sostiene lo storico: «Con l’avvento della modernità quella profezia si è spezzata in due realtà diverse: da una parte, la profezia si secolarizza per diventare utopia cioè progetto rivoluzionario, società ideale, dall’altra la chiesa la “istituzionalizza” e la sostituisce con le visioni mistiche e con le tante varianti di millenarismo astorico». Avviene poi che quando arriviamo all’epoca contemporanea l’una si confonde nell’altra. Nel Novecento, conclude infatti Paolo Prodi, le ideologie politiche hanno confuso profezia con utopia (pensiamo agli aspetti eretici, profetico-millenaristici, dell’utopia comunista) nelle forme dei totalitarismi sia di destra che di sinistra, con il risultato che oggi non abbiamo più né la profezia (eccetto che in papa Bergoglio), né l’utopia (eccetto che negli “indignados” di tutta la terra). Questa coppia, per secoli così feconda, non innerva più le autorità civili-religiose delle nostre società. E infatti democrazie e giustizia languono. E questa mancanza sarebbe secondo me all’origine della crisi di identità dell’Europa, secondo lo storico, della crisi spirituale prima che economica e politica.

Nella sua esperienza di docente universitaria trova che ci sia, soprattutto fra i giovani, questa consapevolezza della crisi e dell’origine della crisi europea?

Direi di sì, per fortuna, consapevolezza come domanda e anelito. Nel corso che ho tenuto quest’anno all’Università sulle radici culturali dell’Europa avevo messo in programma, tra gli altri, proprio l’ultimo libro di Paolo Prodi, scritto poco prima della sua morte con Massimo Cacciari, che tratta proprio questi temi: Occidente senza utopie, edito da Mulino nel 2016. Avevo molti dubbi, perché è un testo difficile e complicato, e molti studenti erano dei primi anni. Sono rimasta invece veramente colpita e sorpresa dall’interesse, dalla curiosità e dalla passione di questi giovani, che si interrogavano: “noi non abbiamo nessuna ideologia, la politica ci ha deluso, tutta. Utopia e profezia le studiamo sui libri... Ma vogliamo esserci, nel mondo, lo vogliamo salvare”. E alla mia domanda per che cosa sarebbero stati disposti a sacrificarsi, a impegnarsi, la risposta era sempre quella di salvare il mondo da se stesso: nella difesa della vita.

Ho conosciuto gli ambientalisti di tanti paesi, ad esempio quelli tedeschi, pragmatici, e, insieme, ricchi di idealità, mentre quelli italiani sono stati spesso astratti e ideologici. Ecco, la mia impressione è che per queste nuove generazioni possa essere diverso, che la difesa del pianeta non sia “un tema” , “un settore” tra i tanti.

Una società che sembra accartocciata nel rancore, qual è la fonte di questo risentimento così diffuso?

Il rancore nasce certamente dalla delusione delle aspettative, dalla mancanza di lavoro, di prospettive... e da tanto altro. Ma se guardiamo più in profondità vediamo come la nostra generazione, la nostra politica abbia cancellato e rimosso la paura, il sentimento che genera questa sfiducia rancorosa e aggressiva. Ora se ne parla, ma tardi e male. Ora, all’opposto la si alimenta. La paura è un sentimento originario, direi primordiale, per il soggetto e per la collettività. Il Novecento è stato il secolo della paura, con le sue guerre mondiali, la seconda che “reagiva” alle questioni irrisolte della prima, e la paura fu il sentimento dominante che portò al nazismo. E però fu un secolo di grandi speranze che si alimentavano nella ricostruzione, dalla voglia di ricominciare. Dopo avere sconfitto però ed elaborato la paura.

La nostra società e la politica hanno rimosso e negato la paura, un sentimento invece ineliminabile, con il risultato che la paura è rientrata in forma più selvaggia e incontrollabile. Nella soggettività umana come nella dimensione sociale è importante sapere guardare la paura in faccia, cercando di rispondere alle sue cause concrete, invece di rifuggirle in preda alla paura della paura. È di questo che dobbiamo avere paura: della paura della paura, del fatto che se non sappiamo conviverci lavorando concretamente per rimuoverne le ragioni senza ingigantirle, allora sì che si produce il vero disastro: la paura della paura, che porta chiusura, arroccamento, diffidenza, aggressione e volgarità.

Ed è esattamente quello che succede oggi. Alimentare la paura è grave quanto rimuoverla: sono due facce della stessa medaglia, e speculare sulla paura dei cittadini è immorale tanto quanto illuderli. La politica purtroppo è diventata sempre di più un’oscillazione tra queste due manipolazioni. È una ragione questa della sua crisi, che comporta l’impossibilità di risolvere concretamente in modo pragmatico i tanti problemi, ingigantendo i rischi della globalizzazione e dell’emigrazione o rimuovendoli senza guardare le vere emergenze nazionali: corruzione, burocrazia, crescita di ignoranza, denatalità, crisi delle relazioni tra uomo e donna, tra generazioni, solitudine crescente, impoverimento e mancanza di lavoro per i giovani.

Questi sono i nostri compiti. E invece tutti lì a guardare il dito dell’immigrazione e poco la luna dei problemi reali per affrontarla.

La questione dell’immigrazione pone il problema vero dell’integrazione.

Se pensiamo all’integrazione vediamo che certo è più facile nelle piccole comunità che non nelle grandi metropoli. Ma ciò che resta decisivo è la cultura, pensiamo alla formazione degli imam, il volontariato, il dialogo interreligioso eppure non di meno una compatibile sostenibilità sociale a partire dalle condizioni materiali e lavorative.

La povertà e il degrado sociale delle periferie parigine non sono stati la causa principale ma certo il brodo di coltura della radicalizzazione islamica.

Insomma, nelle politiche di integrazione il dato materiale e quello interculturale sono connessi in modo strettissimo. La questione del lavoro è allora quella decisiva nelle politiche di integrazione, perché oltre a un diritto apre la strada dei doveri. È questo del resto il cuore dello ius soli, della cittadinanza, che non è solo e tanto un diritto ma soprattutto un dovere che il nuovo cittadino deve adempiere. La questione dell’emigrazione è l’esempio più calzante di come si viva oggi nella paura della paura.

Di fronte alla paralisi o alle reazioni scomposte che nascono dalla paura le culture politiche, nessuna esclusa, sembrano in crisi.

Sì, anche le culture della sinistra sono in grande affanno. Il progressivo allargamento dei diritti umani, la loro dilatazione a ogni ambito della vita individuale, ha finito per sostituire in qualche modo le tradizionali ideologie novecentesche, per inaugurare quello che Bobbio nel 1990 definiva L’età dei diritti. Questo è stato un processo importantissimo e salutare ma oggi questa attenzione ai diritti sembra avvenire a discapito di una adeguata sensibilità a cogliere e condividere per combattere il divario sociale. La richiesta indistinta dei diritti cresce esponenzialmente, si alimenta quantitativamente in una pletora di rivendicazioni, spesso senza distinzioni di priorità, sostenute dal desiderio individuale e da quella dilatazione delle soggettività e della libertà sganciata dalla responsabilità, per cui ogni desiderio diventa un diritto, in una dimenticanza dei doveri denunciata ormai dalle coscienze più avvertite anche nel mondo liberale e da ambienti tutt’altro che conservatori e bacchettoni. Quello dei diritti che non è più un tema divisivo tra laici e cattolici ma riguarda tutte e tutti perché allude a una comune visione antropologica. In questa sorta di “dirittismo” si avvertono dunque due pericoli tra i tanti: il primo è la separazione-scissione tra diritto individuale e diritto sociale e la seconda la tutela della dignità delle persone di fronte alle biotecnologie. Libertà individuali e giustizia sociale devono andare insieme. E perché questo possa accadere è fondamentale avere una visione positiva della comunità. Uscire cioè da un orizzonte solo individualistico. Ma senza idealizzazioni: la famiglia non è quel paradiso vagheggiato dal familismo nostrano, spesso può essere un vero inferno come dimostrano le tante relazioni violente che lì si annidano, così come la piccola comunità civile non è garanzia di controllo e tutela dei soprusi verso i più deboli, in una visione tutta arroccata e chiusa di identità. Il problema quindi non è contrapporre il radicamento identitario alla globalità cosmopolita o le famiglie tradizionali ad altri legami affettivi.

Allora qual è il cuore della crisi?

Secondo me la questione centrale è la crisi delle relazioni, perché l’individuo troppo spesso è “solo centro di se stesso”. Ma anche qui non basta denigrare il pernicioso individualismo in nome di una visione comunitaria perché, soprattutto per la cultura cattolica, sarebbe importante capire l’importanza di una forte e matura individualità, più consapevole e meno non repressa, che sarebbe fondamentale per la formazione dei sacerdoti, mentre per i fautori dell’individualismo atomizzato sarebbe utile un ripensamento in positivo delle relazioni comunitarie.

Per questa crisi così delineata nella sua natura antropologica quale può essere la cura? Quali le priorità di un impegno politico concreto?

Gli aspetti della questione sono tanti. Penso al tema della generatività, in senso allargato, sociale ed economico, al quale sta lavorando la migliore elaborazione del cattolicesimo impegnato oggi, ma penso anche in senso letterale, cioè al generare primario, quello della donna. Perché le donne oggi non fanno figli? Riuscire a generare oggi è un prioritario e fondamentale “diritto umano”. Negli anni Settanta la generazione di donne che ha posto le basi al movimento femminista rivendicava la maternità consapevole, la libertà di scelta, ora al di là del bilancio su quelle lotte, la questione attuale è: quali possibilità ha oggi una giovane donna di potere davvero avere un figlio? Oggi non si può affermare quella libertà femminile senza una vera conciliazione tra cura dei figli e occupazione femminile. Un diritto fondamentale e negato socialmente è quello di potere fare figli, di accudirli, di avere tempi adeguati, serenità e aiuti sociali. E sappiamo che il lavoro femminile non solo non è in contrasto con la maternità ma che anzi, nei paesi dove le donne sono più occupate, cresce il tasso di natalità, per tante ragioni, economiche, psicologiche, relazionali...

Questo discorso porta direttamente in luce un altro aspetto: sull’origine della vita, come sulla sua fine — che richiede discernimento per evitare accanimenti terapeutici e soluzione eutanasiche — si assiste ormai impotenti all’assedio delle biotecnologie che spesso mortificano la dignità della persona. Non è un discorso di “morale cattolica”, ma di una consapevolezza che riguarda il rispetto del corpo e della maternità piegato all’onnipotenza del bisogno-desiderio, come quello del “figlio a tutti i costi”, scambiato per una mal intesa libertà femminile. Gli esempi sono tanti, il più paradigmatico è quello della cosiddetta maternità surrogata, l’utero di una donna che porta avanti una gravidanza su commissione, che nel peggiore dei casi è al centro di un mercato di sfruttamento del corpo femminile, in paesi poverissimi dove si “comprano” letteralmente i bambini. Ma anche quando questa pratica è regolamentata e permessa nei nostri paesi occidentali e democratici rappresenta una interruzione, uno “spezzettamento della maternità”, che ferisce la relazionalità, il rapporto intimo tra madre e feto. Per questo penso, insieme a tantissime donne di tutte le aree e convinzioni, che si debba preservare il legame biologico e affettivo della vita, fino dal suo sorgere. La donna e la maternità oggi sono sotto attacco. Non è un discorso vittimistico, anzi il crescere delle violenze domestiche e dei femminicidi sono il segno di una maggiore forza delle donne e di una crescente fragilità e debolezza dell’uomo. La fragilità dell’identità maschile è un problema molto serio che riguarda tutta la società e anche la Chiesa. E qui si apre un’altra questione a me cara, come storica della Chiesa. Credo infatti che la richiesta, sacrosanta, rivendicata dalle donne di avere maggiore spazio e peso nella vita della Chiesa, espresso dalla sempre più consapevole azione delle religiose e che si è sedimentato nelle fruttuosissime elaborazioni delle teologhe negli ultimi decenni, debba ormai trovare un riconoscimento forte. Per il bene della Chiesa, non per rivendicazione corporativa.

Un riconoscimento che tenga conto anche di questa realtà — la crescente fragilità dell’identità maschile e il bisogno di una nuova relazionalità tra uomini e donne — che riguarda direttamente e per evidenti ragioni un’istituzione improntata e segnata solo dal genere maschile. Bisogna ripensare e rifondare la formazione dei sacerdoti che richiede una riconciliazione con la corporeità. Una consapevolezza del corpo e delle relazioni: non si tratta solo (ma anche) di “celibato sì, celibato no”, quello che intendo è lavorare sulla consapevolezza profonda dell’unità tra mente e corpo. Né si tratta, e questo da tempo, di chiedere il sacerdozio femminile ché la sovrabbondanza dei così impropriamente definiti “carismi femminili” può e deve trovare altre, più consone, e non meno importanti espressioni. Ma la presenza femminile deve cominciare a essere davvero più incisiva e reale. Deve contare. Credo che si debba aprire una nuova stagione anche nella Chiesa, perché se, come ricorda sempre Papa Francesco, siamo di fronte a un passaggio d’epoca questo vale assolutamente anche per la Chiesa, le sue istituzioni, le sue gerarchie. E le donne ne sono parte fondamentale. Non basta più la rivendicazione settoriale, le richieste femminili, lamentosamente di parte, dobbiamo piuttosto capire che queste questioni riguardano tutti oltre che tutte. Ordini religiosi femminili, Dicasteri, Congregazioni, Università pontificie e soprattutto la formazione del clero, devono essere ripensati alla luce di questi mutamenti antropologici profondi.

Si sente parlare molto di impegno politico dei cattolici, di nuovi (o vecchi) partiti, qual è la sua opinione?

Oggi non è il tempo di un partitino cattolico, di “uno specifico impegno per i cattolici”, mai come ora è quello invece di operare insieme con “tutti gli uomini di buona volontà”, da intendersi nel senso originario, letterale. Generatività ad ampio spettro, corpi intermedi e terzo settore, maternità e relazionalità, presenze qualificate nei vari schieramenti politici, quello che conta è il come starci, come ricomporre ancora una volta quella tensione dinamica tra profezia e utopia nel pragmatismo del possibile. Dopo una sorta di collateralismo di ritorno delle gerarchie con un occhio benevolo verso il berlusconismo, è seguita una sorta di dismissione, come a dire, “siete adulti fate le vostre scelte”, ora si sente giustamente l’urgenza che “i cattolici” tornino a un impegno attivo, forte, visibile. In una situazione inedita però: i cattolici sono molto divisi tra loro nelle scelte politiche di fondo, c’è un conflitto, una vera contrapposizione, e se un partitino cattolico non ha alcun senso, sarebbe vitale però ritornare a parlarsi, almeno per capire le reciproche posizioni senza precipitare nella brutale aggressività demolitoria dilagante. La Chiesa di papa Bergoglio sente l’urgenza di riempire un vuoto, nella politica e nelle coscienze, quello di difendere gli ultimi, di estendere anche a loro il diritto di avere diritti. Il suo è un agire profetico. Dobbiamo esprimere gratitudine e vicinanza. E stringerci intorno a lui. Non lasciarlo solo. A noi laici il compito di rendere ragione, per approssimazioni realiste, di questa radicalità evangelica. E di non abbandonare la migliore tradizione della Chiesa italiana, quella di tutelare e promuovere la formazione culturale, l’impegno nella politica, considerando le competenze professionali una vera risorsa, oggi più che mai preziosa. Tornare insomma a formare una classe dirigente.

In campo ecclesiale si sente invece parlare molto di sinodalità, di che si tratta?

La sinodalità è il modo migliore per ricostruire la realtà e l’unità di un popolo che si unisce nella meta comune. Come il discernimento, chiede la disponibilità a collegarsi all’azione dello Spirito che conduce, e a volte, scuote. Quindi non è un metodo, o una strategia, è un’azione credente: domanda fede. Chi ha il governo nella Chiesa, ha il dovere di discernere e favorire un cammino comune. Ma la domanda è se siamo una chiesa di popolo, e di popolo in cammino? Quali orizzonti si rischiarano? Il Concilio Vaticano II ha indicato l’esigenza di riconoscere i segni dei tempi, che altro non sono che i luoghi e i tempi in cui Dio si manifesta per muovere la storia verso il Regno.

Credo che sia tornato il momento di invocare con più forza lo Spirito perché ci aiuti a scrutarli.

di Andrea Monda

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14 ottobre 2019

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