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Ripartiamo da Chagall

Dal 7 al 9 maggio presso la Pontificia Università Gregoriana si svolge il convegno Gesù e i farisei. Un riesame interdisciplinare, organizzato dal Pontificio Istituto Biblico per il centodecimo anniversario della sua fondazione, e co-sponsorizzato, tra gli altri, dal Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici della Gregoriana, dall’American Jewish Committee e dalla Conferenza Episcopale Italiana. Le tre giornate di studio riuniscono studiosi ebrei, protestanti e cattolici provenienti da Argentina, Austria, Canada, Colombia, Germania, India, Israele, Italia, Paesi Bassi e Stati Uniti; tra di essi i rabbini David Rosen (American Jewish Committee) e Abraham Skorka (Buenos Aires). La mattina del 9 maggio i partecipanti al simposio saranno ricevuti in udienza privata da papa Francesco. Anticipiamo una sintesi dell’intervento che Amy-Jill Levine (recentemente chiamata a far parte del comitato di direzione del supplemento mensile «donne chiesa mondo») terrà al convegno e un articolo di padre Michael Kolarcik, Rettore del Pontificio Istituto Biblico.

Marc Chagall, «Crocifissione bianca» (1938, particolare)

Malgrado i progressi nel lavoro storico sui farisei, la predicazione in tutto il mondo cristiano continua a raffigurare questi maestri ebrei come xenofobi, elitari, legalistici, amanti del denaro e ipocriti moralisti. Per giunta, in genere il termine “fariseo” sottintende “ebreo”, giacché molti ebrei e cristiani considerano i farisei i precursori del giudaismo rabbinico. Pertanto, le condanne dei farisei nei testi evangelici potrebbero sembrare condanne degli ebrei e dell’ebraismo. Anche quando i cristiani utilizzano il termine “fariseo” per denunciare il clericalismo in contesti ecclesiali, non fanno altro che rafforzare il pregiudizio nei confronti degli ebrei.

Esistono diverse ragioni per cui sacerdoti e pastori continuano a portare avanti una predicazione e un insegnamento anti-farisaici e quindi antiebraici.

Tra queste vi sono l’incapacità dei seminari di offrire una guida su come predicare i passi biblici rilevanti; il problema strutturale dei sermoni nel ricorrere ai farisei come modo efficace per descrivere le cattive pratiche; fonti esegetiche fallaci; l’incapacità degli omelisti di sentire le loro stereotipizzazioni; e i testi evangelici stessi.

Malgrado la rappresentazione negativa dei farisei nei Vangeli, esistono vie per produrre prediche migliori su di loro. Eccone sette (un bel numero biblico).

La prima è modificare il lezionario. Quando in Matteo 12, 14 si legge (come avverrà il prossimo 20 luglio) «[i] farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui [Gesù] per toglierlo di mezzo», che cosa devono fare i sacerdoti? Ignorare il verso non elimina il problema. Dire «solo alcuni farisei» condanna comunque la maggioranza. E per di più Matteo non parla di «alcuni».

Le cose si complicheranno ancora di più il 26 agosto, quando la congregazione apprenderà da Matteo 23, 13-22 che i farisei chiudono «il regno dei cieli davanti agli uomini», trasformano il proselito in «figlio della Geenna il doppio» di loro e sono «stolti e ciechi». Nella lettura del giorno successivo, Matteo 23, 23-26, Gesù accusa i farisei di essere «pieni di avidità e autoindulgenza». La mossa comune è di dire alla congregazione «siamo tutti farisei». Anche questo non funziona, perché i cristiani seduti sui banchi sanno che, diversamente dai farisei, loro sono membri battezzati della Chiesa. Per la congregazione il testo confessa i peccati degli ebrei, non quelli suoi. Non è necessario proclamare tutti i passi.

In secondo luogo, gli orientamenti ufficiali hanno bisogno di un aggiornamento. Diverse affermazioni, dal documento conciliare Nostra aetate (1965) agli Orientamenti e Suggerimenti per l’Applicazione della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate (n. 4) (1974) e i Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei ed ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica (1985), entrambi della Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, fino a Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001), della Pontificia Commissione Biblica, asseriscono che va evitato l’insegnamento antiebraico. Tuttavia, non offrono nessuna indicazione su come predicare i testi rilevanti.

Peggio ancora, di tanto in tanto queste fonti rafforzano gli stereotipi negativi. La Pontificia Commissione Biblica osserva che «[i] vangeli presentano spesso i Farisei come dei legalisti ipocriti e senza cuore». Il testo, poi, arriva quasi a correggere lo stereotipo precisando: «Si è cercato di confutare questa presentazione sulla base di alcune posizioni rabbiniche attestate nella Mishna, che non sono né ipocrite né strettamente legaliste». Ebbene, secondo la Commissione questo tentativo fallisce. La Commissione conclude: «L’argomento non è decisivo, perché una tendenza legalista si manifesta anche nella Mishna». Così la Commissione ha dichiarato che non solo i farisei, ma anche l’intero ebraismo sono ipocriti e legalistici.

Se la Pontificia Commissione Biblica avesse invitato degli ebrei per consultarsi con loro prima di fare pronunciamenti su ebrei ed ebraismo, questi e altri problemi avrebbero potuto essere evitati. Quando la Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo nel 2015 ha prodotto il suo Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Romani 11, 29) - Riflessioni su questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico-ebraiche, ha lavorato insieme a consulenti ebrei. Questa stessa apertura è necessaria per le affermazioni della Chiesa sull’insegnamento biblico e sulla predicazione.

La terza via è assicurare che i seminaristi in tutto il mondo diventino più sensibili al problema. L’odio verso gli ebrei ha molte origini, dall’idea che gli ebrei controllano le banche alle menzogne dei Protocolli dei savi anziani di Sion, l’infame falsificazione secondo cui gli ebrei cercano di dominare il mondo, fino agli attacchi agli ebrei in un travisato tentativo di promuovere i diritti palestinesi.

Ma dietro quest’odio verso gli ebrei, specialmente in Europa e nell’emisfero occidentale, c’è l’insegnamento antiebraico che si ascolta nella Chiesa. Questo genere d’insegnamento sta dietro al rogo fatto il Sabato Santo dai cattolici romani a Pruchnik, in Polonia, con un’effigie di Giuda, vestito come un ebreo chassidico e sfoggiante un naso esagerato. Sta dietro l’assassinio di Lori Kaye in California, uccisa nella sua sinagoga da un membro della Chiesa presbiteriana ortodossa, al quale è stato insegnato che gli ebrei hanno ucciso Gesù e sono predestinati alla dannazione. Un clero inconsapevole dell’odio che possono generare il testo e l’omelia perpetuerà tale odio.

La quarta riguarda l’educazione dei bambini, poiché il pregiudizio viene inculcato presto. Per esempio, molti bambini protestanti americani cantano «non voglio essere un fariseo, perché, vedi, non sono giusti”, oppure la variante “non voglio essere un fariseo, perché vivono nell’eresia». Gli insegnanti e i genitori devono guardare i libri su Gesù o sui Vangeli che i bambini leggono. Magari i bambini cristiani potrebbero ascoltare racconti su come Dio ama i farisei, proprio come i bambini ebrei imparano il racconto rabbinico su come Dio ha pianto per i soldati egizi affogati in mare quando gli israeliti sono fuggiti dall’Egitto.

La quinta riguarda le risorse per la predicazione. La Catholic Encyclopedia classica del 1913, ora in rete, afferma che i farisei «crearono un nazionalismo stretto, esclusivo» e rifiutarono l’enfasi posta «sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento» sul «carattere e lo spirito religioso». Le note nella New American Bible Revised Edition (2011), nel sito della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, raffigurano i farisei come aventi «pratiche di pietà rigide, legalistiche ed esteriori nelle questioni di purificazione (Marco 7, 2-5), di culto esteriore (Marco 7, 6-7) e di osservanza dei comandamenti». Il sacerdote è lasciato senza risorse che lo aiutino a proclamare il testo senza proclamare anche stereotipi negativi. I manuali in tutto il mondo cristiano non sono meglio, come risulta se si ricerca in rete «farisei e sermoni».

La sesta è che qualche nota nell’ordine del culto o nel bollettino consegnato alla congregazione potrebbe essere d’aiuto. Per esempio, quest’anno la Chiesa episcopale negli Stati Uniti ha pubblicato la riproduzione della Crocifissione bianca di Marc Chagall sulla copertina del bollettino del Venerdì Santo; la nota al suo interno metteva in guardia dall’antisemitismo.

Meglio ancora: forse una Commissione potrebbe proporre brevi note per ogni passo del lezionario in cui appaiono i farisei. Le congregazioni potrebbero leggere o ascoltare brevi dichiarazioni su come il dibattere la Torah sia una forma di culto, un investimento sulla Scrittura più che un rifiuto della stessa; su come Gesù sostiene le leggi sulla purezza, spesso associate ai farisei, riportando le persone alla purezza rituale; su chi erano i farisei, al punto che Paolo dichiara con orgoglio la sua formazione farisaica.

Infine, i sacerdoti e i pastori dovrebbero immaginare di vedere dei bambini ebrei nel primo banco della chiesa, ed evitare di dire qualunque cosa possa ferire quei bambini o spingere qualche membro della loro congregazione a ferirli. Qualora questa immagine non bastasse, che immaginino me nell’ultimo banco. Se sento commenti tendenziosi, non resto seduta in silenzio. I commenti tendenziosi distorcono il Vangelo. Se a me importa così tanto come viene predicato il Vangelo, di certo dovrebbe importare ancora di più alle persone che chiamano Gesù Signore e Salvatore.

di Amy-Jill Levine

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