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· I lavori dell’incontro sui minori illustrati nel briefing ·

Nella seconda giornata dell’incontro sulla protezione dei minori, la concretezza richiesta dal Papa ai partecipanti è stata tradotta in proposte precise e analitiche, immerse in riflessioni che allo stesso tempo hanno ricondotto i lavori nel terreno del significato teologico di collegialità, sinodalità e responsabilità del vescovo nei confronti della propria comunità come della Chiesa tutta. Lo hanno illustrato nel corso del consueto briefing di metà giornata il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini il gesuita Federico Lombardi, moderatore dell’incontro, i cardinali Sean Patrick O’Malley e Blaise Joseph Cupich e l’arcivescovo di Malta Charles J. Scicluna, i cui interventi sono stati moderati dal direttore “ad interim” della Sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

Ruffini ha reso noti i temi dibattuti nella discussione plenaria e nei circoli minori. Temi molto concreti, appunto, a partire dall’analisi dei risultati positivi che si sono avuti in molti paesi nei quali si sono introdotte misure di prevenzione del fenomeno degli abusi negli ultimi 15 anni. Un «salto di qualità» che ha confortato i partecipanti all’incontro sul fatto che nella lotta a questo crimine la Chiesa viene valorizzata più che danneggiata. Ha spiegato ancora Ruffini: «Si è riconosciuto come le critiche rivolte alla Chiesa su questo tema non siano frutto di un pregiudizio negativo quanto piuttosto l’espressione di un’aspettativa e di una nostalgia di leadsership morale».

Un appello forte a non negare. E non sottovalutare neanche le difficoltà che questo processo comporta. Non a caso si è parlato di problemi molto pratici, come il fenomeno dei «sacerdoti vaganti», che, sospettati di aver avuto condotte inappropriate, passano da una realtà all’altra dell’istituzione ecclesiastica, con il fine di sfuggire al controllo. Ma si è discusso anche di come sia estremamente difficile e delicato per alcune Chiese locali, in aree particolari, o di dimensioni ridotte, affrontare questioni la cui complessità è enorme, anche sotto il profilo culturale. Ha detto nel corso del briefing il cardinale Cupich: «Occorre tenere conto che in alcuni paesi, per esempio, parlare di sessualità è un tabù. Semplicemente non se parla». Naturalmente, se da una parte bisogna avere un atteggiamento rispettoso nei confronti di queste diversità culturali, al tempo stesso non è accettabile qualsiasi pratica di rimozione del problema. E se ad esempio, ha ricordato il cardinale O’Malley, negli Stati Uniti si è deciso di rivolgersi sempre alle autorità civili in caso di denunce di abuso, in altri paesi, come ha spiegato monsignor Scicluna, tutto dipende dalla legislazione locale, anche se «la Congregazione per la dottrina della fede ha già stabilito che comunque in queste circostanze bisogna sempre seguire la legge dello Stato».

Non si tratta di una fuga dalle responsabilità. L’accountability non a caso è stata la parola ricorrente in questa giornata di lavoro. Una responsabilità che è tanto più grande in quanto, ha osservato il cardinale O’Malley, «nel villaggio globale, qualsiasi cosa accada in una parte del mondo ha effetti ovunque». Anche per questo, la risposta deve essere collegiale e sinodale Ha ricordato monsignor Scicluna: «Come vescovi noi dobbiamo rendere conto non solo alla nostra comunità ma al bene della Chiesa, del suo pellegrinaggio, del suo essere in cammino insieme». Ed è un cammino nel quale la Chiesa chiede aiuto ai laici, il cui supporto è considerato fondamentale nella lotta agli abusi, sia esso di natura tecnico professionale, sia esso di semplice aiuto nella comunicazione e nella denuncia dell’abuso.

«Non c’è nulla di più urgente nella Chiesa di unirci e cercare il modo di affrontare la missione più importante in questo momento: la protezione dei minori», ha detto ancora nel corso del briefing il cardinale O’Malley. «A tutti noi — ha aggiunto — il Papa ha chiesto di incontrare le vittime nelle nostre diocesi. È un’esperienza che cambia la vita». Anche per questo, ha spiegato il porporato, si vuole affrontare il problema a tutti i livelli, nelle singole conferenze episcopali come a livello centrale, nella Santa Sede. Ma senza semplificazioni. Ha detto padre Lombardi: «Non uso con piacere l’espressione “tolleranza zero”. Perché indica solo una parte del problema, che invece è molto più vasto e implica, accanto all’aspetto repressivo, quello della cura pastorale, del sostegno e dell’accompagnamento».

di Marco Bellizi

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14 ottobre 2019

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