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Rimpiangendo Boris Karloff

· Al di sotto delle attese l'ennesima versione cinematografica de "La mummia" ·

È uscito da poco nelle sale La mummia, diretto da Alex Kurtzman e interpretato da Tom Cruise. Ennesima versione di una storia che sul grande schermo viene raccontata ormai da quasi un secolo: il ritrovamento di un’antica tomba egizia provoca il risvegliarsi di una mummia mossa da intenti di vendetta. Qui si è almeno pensato a un ribaltamento dei ruoli consueti, con una mummia donna che cerca di sedurre un mercenario. Di contro, la protagonista non ha le sfaccettature umane dei suoi predecessori, dato che era malvagia anche in vita, il che, già di per sé, ne sminuisce il fascino. Per il resto, poi, gli sceneggiatori sembrano più che altro interessati a creare un enorme e poco selettivo calderone di temi e figure care alla tradizione del cinema horror. 

Una scena da «La mummia» (1932) di Karl Freund

Nella caratterizzazione della mummia femminile come sorta di demone vendicativo è evidente — e in fondo appropriata — l’ispirazione del cinema orientale degli anni novanta e duemila, addirittura dichiarata dall’idea degli occhi dai doppi iridi dell’inquietante protagonista, presa in prestito dal taiwanese Double vision. Ma in alcune scene i tratti ricordano, più banalmente e gratuitamente, quelli della ragazzina posseduta dal diavolo de L’esorcista. Mentre nella scelta, davvero azzardata, di far partecipare alla vendetta della mummia anche un esercito di redivivi templari, si cela un omaggio altrettanto scoperto al cinema dello spagnolo Amando de Ossorio. Infine, per non farsi mancare proprio nulla, il personaggio del dottore interpretato da Russell Crowe si chiama Jekyll e cerca costantemente di tenere a bada una personalità nascosta e selvaggia.
Il risultato complessivo, in ogni caso, è al ben al di sotto delle aspettative che è legittimo nutrire verso una megaproduzione dagli intenti spettacolari, dato che la noia affiora spesso. Ma non si tratta certo di una novità. Basta dare infatti una rapida occhiata alla filmografia dedicata a questa figura della storia egiziana, divenuta ben presto anche un’icona della narrativa horror, per farsi un’idea del notevole contrasto fra il numero delle produzioni che vi sono state dedicate, nonché il buon successo che più o meno tutte hanno riscosso, e la qualità media, davvero bassa, dei film.
Chissà che questo mistero non si spieghi, almeno in parte, con l’aura di leggenda che ancora ammanta l’unico bell’episodio della serie, ovvero il capostipite del 1932 interpretato da Boris Karloff, e prodotto da quella Universal che agli albori del cinema sonoro puntò tutto sull’impatto visivo dei suoi mitici mostri, dimostrando agli altri studios come fosse ancora possibile fare un cinema in cui il lato iconografico fosse preponderante rispetto a dialoghi e sviluppi narrativi. Anche a ottantacinque anni di distanza, il film mantiene gran parte del suo fascino, grazie all’interpretazione di Karloff e alla regia ieratica di Karl Freund, già prezioso operatore del cinema espressionista tedesco.
Eppure, per capire davvero a fondo i motivi di un successo che avrebbe dato vita a una progenie di epigoni, bisogna calarsi nello spirito del tempo, e dedicarsi anche a un’opera di esegesi, proprio come farebbe un archeologo con un’antica incisione. Si scoprirebbe, così, per esempio, che poche volte l’uscita di un film sarebbe stata altrettanto furba e tempestiva. Terminava infatti proprio in quel 1932 tutta una serie di notizie relative alla tomba di Tutankhamon capace di esercitare grande suggestione sull’immaginario collettivo dell’epoca: la sua scoperta, in perfette condizioni, fatta esattamente dieci anni prima; l’estrazione della mummia avvenuta nel 1925; l’esposizione ufficiale dei reperti al museo del Cairo nel 1929; la fine degli scavi appena pochi mesi prima dell’uscita del film. Ai fatti oggettivi si aggiunsero poi le superstizioni circa il tragico destino di cui sarebbero rimaste vittime varie persone legate all’epocale ritrovamento. Dicerie stranamente assecondate persino da alcuni studiosi, che parlarono di «energie che gli antichi egizi sapevano concentrare attorno a una tomba».
Il resto, però, è semplicemente merito degli sceneggiatori, che in mancanza di una fonte letteraria ufficiale hanno saputo far confluire nel testo spunti eterogenei dalla nobile tradizione. A rendere davvero forte il personaggio interpretato da Karloff, sono soprattutto due aspetti: il tremendo e sproporzionato castigo rappresentato dall’essere avvolto dalle bende quando era ancora vivo, e il romanticismo estremo di un amore che lo lega dopo millenni alla stessa donna di cui ha propiziato la resurrezione.
Nel primo aspetto si intravede addirittura un richiamo alla tragedia di Antigone e di suo fratello Polinice, insepolto contro le leggi di Dio e della morale. Il secondo, invece, è merito dello sceneggiatore John L. Balderston, che era stato già autore della trasposizione teatrale di Dracula e che da quella aveva tratto l’idea di una storia d’amore in un contesto horror. Con l’empatia verso il mostro che questi elementi suscitano nello spettatore, e che lo avvicinano di conseguenza alla creatura di Frankenstein, La mummia si presenta dunque come una sintesi dei due precedenti successi della Universal. Ma è da notare come il tema dell’amore che sfida il tempo attraverso la resurrezione della donna amata, influenzerà a sua volta il Bram Stoker’s Dracula di Francis Ford Coppola (1992), che a dispetto del suo titolo si discosterà in più punti dal celeberrimo romanzo, privo per esempio di questa idea cruciale. Curiosamente, il 1932 sarà dunque l’anno dei morti viventi sullo schermo, anche grazie a L’isola degli zombies di Victor Halperin, primo film sull’argomento, e al capolavoro di Carl Theodor Dreyer Vampyr.
Come tutti i classici horror della Universal, anche La mummia, a conferma del suo successo, ha avuto un immediato ciclo di sequel, anche se non memorabile e poco distribuito al di fuori dei confini nazionali: The mummy’s hand (1940), The mummy’s ghost (1944), The mummy’s curse (1944). Più controversa è la qualità dell’immancabile remake della casa di produzione britannica Hammer, che a partire dalla fine degli anni cinquanta provvederà a rinverdire tutte le avventure dei mostri della Universal. Anche La mummia firmato come di consueto da Terence Fisher nel 1959 ha un suo pubblico. L’impressione che se ne ha oggi, tuttavia, è soprattutto quella di un elegante ma freddo decorativismo, fuori luogo in modo evidente soprattutto nell’importante flashback ambientato nell’antico Egitto.

di Emilio Ranzato

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21 novembre 2018

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