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Rileggere il Don Chisciotte

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Poiché riguarda il mondo moderno e l’accoglienza riservata alla santità nella nostra società, conservo sul mio comodino El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha di Miguel de Cervantes. Attraverso questo primo grande romanzo della letteratura universale, capolavoro di crudeltà sotto la farsa, Cervantes ha delineato il personaggio di un santo, pervaso da un alto ideale di amore, che il mondo disprezza, e noi con lui perché ne ridiamo.

Del Don Chisciotte amo anche il duplice moto, che è quello di ogni vita, di ogni destino: don Chisciotte coniuga l’incanto della ricerca — un mondo ideale illuminato dalla conquista cavalleresca dell’amore assoluto — e il disincanto dell’esperienza del quotidiano, del contatto con l’insopportabile realtà.

Don Chisciotte costruisce il suo rapporto con il mondo a partire dai libri di cavalleria che ha letto, e a partire dai vangeli che li strutturano. Ebbene, ogni volta che agisce secondo i loro comandamenti, il mondo lo pone di fronte a una magistrale smentita. Tale smentita non è la prova che il mondo si sbaglia o che l’ingegnoso hildalgo è pazzo.

È il segno di un disaccordo che, alle soglie del xvii secolo, continua a inasprirsi fino al divorzio. La vita interiore, la carità, la preghiera — presentate da Teresa d’Ávila come i rimedi contro il materialismo che irrompe nell’occidente cristiano e trionfa sul mondo antico — entrano ora in aperto conflitto con una società votata deliberatamente all’assurdo. È questo conflitto, tra essere e avere, tra amare e possedere, che incarna le gesta del Cavalier dalla Triste Figura, accompagnato da Sancho Panza, suo fedele scudiero.

L’errare di questo cavaliere dipende dal fatto che non trova mai quel Male che vuole fare a pezzi, perché in questo nuovo mondo che il xvi secolo ha aperto, il male è ormai ovunque. L’oro e la febbre dell’oro hanno contaminato tutti gli animi e tutti gli strati della società. Non ci sono più individui completamente buoni. Don Chisciotte è ormai incapace di rimediare a quel Male.

La malvagità anima i più umili che lui sogna di difendere e che non pensano ad altro che a derubarlo, e soprattutto anima il duca e la duchessa, che organizzano tutta una messa in scena per confonderlo, al fine di ridere della sua umiliazione. La crudeltà di ognuno è proporzionata all’innocenza del vecchio hidalgo, ma in realtà nessuno è veramente antipatico. C’è in tutti una punta di candore, di ingenuità e di credulità che impedisce a noi lettori di definirli malvagi, tanto più perché ci mettiamo dalla loro parte, quella di quanti se la ridono felici di aver fatto i furbi.

Ecco quindi don Chisciotte costretto a inventare dei nemici nei mulini a vento o nel gregge di pecore. Ed è proprio là dove ridiamo di più, complici dei perfidi, che don Chisciotte è sublime, in quella figura di santo impotente che tuttavia si accanisce perché ci sia giustizia su questa terra.

Don Chisciotte contiene inoltre ciò che più mi attrae nelle opere che preferisco — L’Iliade e L’Odissea, La Divina Commedia, Moby Dick o Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie —, ossia un viaggio potente, tra la realtà e l’illusione, al di là delle apparenze. È un viaggio iniziatico, che ogni essere umano è portato a intraprendere nella propria vita, dai suoi sogni di giovinezza alla sua realizzazione personale.

È un pellegrinaggio interiore, l’odissea di un uomo partito per fare il bene, per rendere giustizia e per consolare gli infelici, un uomo che fa il giuramento di essere nobile, povero e buono, come gli ha insegnato il modello della cavalleria cristiana, ma che si scontra con la dura realtà. La forza di don Chisciotte, al di là del riso e del ridicolo, è la sua resistenza ai colpi e al reale, la sua cieca ostinazione. Solo al termine del suo viaggio rinuncia al suo ideale, e quella rinuncia conferisce al personaggio tutta la sua umanità. Don Chisciotte è un indimenticabile cavaliere della disfatta.

C’è inoltre il dialogo tra i due eroi della storia, tra don Chisciotte e Sancho Panza. Al tempo stesso opposti, antagonisti, eppure complici. In realtà queste due voci ne formano una sola, come un dialogo interiore.

Da un lato c’è un uomo che sogna di spogliarsi e di trasformare il mondo man mano che compie la sua ascesi e, dall’altro, un uomo mosso dalla bramosia, prosaico e pauroso, a cui interessa solo la ricompensa promessa dal suo hidalgo: una proprietà e i vantaggi che ne derivano. C’è qualcosa di cristico in questo confronto tra il maestro che evoca il Regno e il discepolo che ne aspetta le prebende. È il dialogo tra la grazia e la pesantezza, tra l’antico e il moderno, e la lotta tra il potere della mente e la violenza del reale. È l’irruzione nel romanzo della coscienza personale, del me ipsum, del mondo interiore che il Rinascimento ha rivelato. Esiste parabola più geniale sul potere della soggettività e sui suoi limiti?

Ma soprattutto, da quel dialogo, da quelle lunghe conversazioni tra il Cavaliere dalla Triste Figura e il suo scudiero, nasce un modello di amicizia, un affetto pieno di tenerezza e di candore. Tra di loro, lungi dalle buffonerie, si ascoltano conversazioni profonde in cui l’eccentrica intelligenza di don Chisciotte stride con la saggezza popolare di Sancho; si ascoltano due amici che si confessano, con fiducia, la loro visione del mondo.

Don Chisciotte è anche — con Bouvard et Pécuchet e Jacques le fataliste — uno dei libri più belli che siano mai stati scritti sull’amicizia.

Del Don Chisciotte si è detto che era un libro contro i romanzi di cavalleria, che avevano avuto un successo febbrile in Spagna. Quel che ha mostrato Cervantes è anzitutto il crollo dell’ordine antico in cui si distinguevano veramente i Bayard e altri cavalieri senza paura e senza macchia, e poi il passaggio a un altro tempo in cui ognuno si mette a sognare fiumi d’oro e ricchezze personali, sotto un cielo che le scoperte di Copernico, Keplero e Galileo hanno svuotato di Dio. E quel tempo è l’era moderna. È l’era in cui ormai appare ridicolo, patetico e asociale quel signorotto che vuole ancora credere alla virtù della povertà e all’ideale dell’amore, e stupido e zoticone quel contadino che lo segue. Ecco perché questo libro è un capolavoro di crudeltà sotto la farsa, sotto la risata e la comicità, ed ecco perché è anche così doloroso; nella figura di don Chisciotte è del santo, dell’eroe e dell’anziano che ci si fa gioco. Ed è questa la forza dell’opera: in quel che evidenzia del nostro disincanto, della nostra prontezza al sarcasmo, della nostra sterile attrazione per l’oro e la giovinezza.

Nulla si salva agli occhi del lettore, che non è altro che l’uomo moderno, neanche la ricerca dell’ideale amoroso. Dulcinea del Toboso, che nondimeno incarna tutte le virtù della Dama — non la bellezza fisica, precisa bene don Chisciotte, ma la bellezza dell’anima, imperitura — è una mescolanza di ridicolo e d’irreale. La Dama dei pensieri si dissolve in una terribile ironia. Come la giustizia che reclama don Chisciotte, come la Verità che si aspetta di trovare nelle sue gesta eroiche, l’amore così come lo incarna Dulcinea ci sembra un miraggio. Un’immagine. Un’impossibilità. La sublimazione all’origine dell’amore cortese vede qui la sua fine. E da questa constatazione nasce anche la malinconia. La nostra, cronica, che è quella di don Chisciotte nei suoi ultimi giorni.

Infine, amo il capovolgimento finale del Don Chisciotte. Sancho diventa governatore dell’isola di Barataria, mentre don Chisciotte abdica. Il vecchio cavaliere torna a casa per morire. Chisciotte è diventato Cervantes e l’autore il suo personaggio. L’eroe della disfatta ha preso coscienza di quel che è andato perduto per sempre del mondo che voleva deridere, ma anche — in quell’incendio — di quella parte di sé a cui l’uomo ha rinunciato: la Gioia, e il dovere evangelico di santità. Miguel de Unamuno, uno dei più grandi ammiratori di don Chisciotte, lo definiva così: «La saggezza più alta e difficile, quella di volersi superare, pur sapendo di essere povero e vinto».

di Christiane Rancé

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25 agosto 2019

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