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Riforme e brontolii

· Le iniziative di Pio X per correggere il sistema di potere vaticano ·

Pio X (1903-1914), di cui si è appena celebrato il centenario della morte e il sessantesimo anniversario della canonizzazione, proveniva da una modesta famiglia di campagna, dalla periferia della Chiesa, da esperienze esclusivamente pastorali, vissute lontano da Roma, dalla politica, dalla diplomazia. Fu eletto dopo un evento traumatico —il veto dell'imperatore d'Austria che sbarrò la strada al cardinale Rampolla (fu l'ultimo veto della storia) — e il suo pontificato chiuse definitivamente la secolare stagione del temporalismo ecclesiastico. Una svolta radicale, che cambiò il volto del cattolicesimo. 

Sconosciuto all'ambiente romano e insofferente dei formalismi che caratterizzavano la corte papale — quando ricevette la tiara lo Stato pontificio, scomparso trentatre anni prima, era un ricordo ancora vivo, una nostalgia che alimentava improbabili speranze di ritorno all'antico — fu posto davanti al problema prioritario di ripensare la governance, come si dovrebbe dire oggi in linguaggio aggiornato, della Chiesa. Dovette cioè, parlando più alla buona, porre mano alla riforma della Curia: una strada che per nessun Papa, né prima né dopo, è mai stata una comoda discesa.
Pio X ne era perfettamente consapevole, come confidò in conclave, nel vano tentativo di dirottare altrove l'elezione, all'arcivescovo di Milano cardinale Ferrari, il suo più convinto sostenitore: «Ma io avrò i primi nemici fra i più vicini». E infatti le opposizioni vennero subito allo scoperto, anche su cose minori: quando semplificò il barocco cerimoniale che accompagnava gli spostamenti del Pontefice, a cominciare dal bacio della pantofola e dalla proibizione dagli applausi che accoglievano ogni sua entrata in San Pietro («gli applausi in Chiesa si fanno al Signore e non al Pap»", tagliò corto), si mormorò subito che stesse "avvilendo" la tradizione curiale. Da testimonianze sicure sappiamo che queste mormorazioni in qualche caso sfociarono in aperte, clamorose rotture.
Con la riforma della Curia, perciò, Pio X, andò piano. Favorì la pubblicazione di un opuscolo che anticipava le sue intenzioni mettendo in piazza fasti e nefasti (soprattutto i nefasti) dell'ambiente ecclesiastico, centrale e periferico (incluse le nunziature), avvertì che il terreno era scivoloso e scelse di agire per linee interne, facendo trapelare poco o nulla e tenendo sempre saldamente sotto il suo personale controllo tutta l'operazione, anche se ciò lo costrinse a ritmi di lavoro massacranti.
Ma il suo progetto fu sempre chiarissimo: siccome il sistema di potere vaticano si presentava «disordinato, vario, arbitrario», tale da giustificare «critiche poco decorose» per la Santa Sede (sono parole sue), bisognava ripensare le vecchie Congregazioni (Pio X avrebbe voluto rinominarle ministeri, ma non ci riuscì), eliminando quelle rese inutili dalla fine del potere temporale e ristrutturando le altre. Occorreva poi intervenire sul sistema delle nunziature all'estero, aggiungendo alle tradizionali competenze diplomatiche, funzioni di raccordo fra centro e periferia ecclesiastici, di controllo dell'uno sull'altra. Era infine necessario razionalizzare personale, attribuzioni, retribuzioni e tasse, riorientando il governo pontificio alla sua esclusiva natura spirituale (la salus animarum), senza perdere però di vista la base giuridica che fonda la Chiesa.

Nella mens del Papa la Chiesa, anche se finalmente alleggerita dalla zavorra dello Stato pontificio, rimaneva un'entità saldamente ancorata al diritto, alla certezza della norma. Mentre impostava la riforma del sistema di governo, il Papa avviò quindi la trasformazione del vecchio diritto canonico in un moderno codice di leggi, prendendo esempio da quanto avevano fatto gli stati moderni postnapoleonici. Da questo disegno complessivo nacquero tanto la riforma della Curia, promossa il 29 giugno 1908 con la costituzione Sapienti consilio, quanto il varo del moderno Codex iuris canonici, che andrà in porto nel 1917. In questo modo prese forma la Chiesa novecentesca, che divenne una sorta di "Stato delle anime" funzionante in ogni diocesi, in ogni continente e in ogni circostanza nel medesimo modo. Senza toccare i fondamenti teologico-dottrinali, era la prima vera riforma del cattolicesimo pensata dopo il concilio tridentino.

di Gianpaolo Romanato

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11 dicembre 2019

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