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Riflettere da un altro punto di vista

Alla fine di luglio del 1968 la Chiesa cattolica intervenne in modo decisivo nel dibattito internazionale con la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae. Il documento papale ammetteva il metodo di procreazione responsabile e denunciava gli interventi che si realizzavano in nome dell’«esplosione demografica», mettendo ben in chiaro che il problema del sottosviluppo mondiale, e soprattutto di quello latinoamericano, non era il tasso di natalità ma la distribuzione della ricchezza. L’enciclica Humanae vitae fu preceduta da cinque anni di attenta analisi da parte del Papa, con ogni sorta di domanda posta e connessa alla regolazione della natalità. Parte di questa analisi fu affidata a un gruppo di studio formato da ecclesiastici ed esperti, comunemente noto come Commissione papale sul controllo della natalità.

Quel gruppo di studio, formalmente chiamato Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità, fu costituito da Papa Giovanni XXIII il 27 aprile 1963, sei mesi dopo l’inizio del concilio Vaticano II. Contrariamente a un’opinione molto diffusa, il suo proposito non era di riformulare la dottrina della Chiesa rispetto alla contraccezione, bensì di aiutare la Santa Sede nella preparazione della prossima conferenza patrocinata dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione mondiale della sanità. Paolo VI pubblicò la Humanae vitae due mesi dopo i fatti del maggio 1968, che, tra le altre cose, scatenarono la rivoluzione sessuale. A quel tempo esisteva una forte pressione da parte di alcuni mass media e gli esperti divulgavano predizioni demografiche pessimistiche e allarmistiche che la realtà ha poi smentito. Perciò fenomeni come la rivoluzione sessuale, il femminismo radicale, il pensiero materialista e la mentalità del controllo della natalità, diffusi in vari paesi, rappresentavano una seria sfida per i credenti che si univano al dibattito sull’invenzione della pillola anticoncezionale e sui diversi metodi anticoncezionali artificiali.

Frida Kahlo «L’amoroso abbraccio dell’universo» (1949)

È evidente che la delicatezza del problema e la complessità del contesto portarono Paolo VI, mentre il concilio era ancora in corso, a occuparsi personalmente dello studio e della risoluzione della questione. In quel contesto Papa Montini, dopo una lunga riflessione, riaffermò la visione cristiana della sessualità, in cui il Creatore ha unito due dimensioni di significato e di valore, che l’enciclica chiama «significato unitivo» e «significato procreativo». Questa connessione non si può disarticolare senza che ne risentano entrambe le dimensioni, e non solo quella che si desidera escludere. Mentre nei paesi ricchi transatlantici, e soprattutto negli Stati Uniti, si discuteva e si criticava la Chiesa, l’America latina non partecipava attivamente al dibattito, sebbene la ricezione dell’enciclica fosse stata comunque buona. L’anno di pubblicazione dell’enciclica è lo stesso della conferenza di Medellín, con la prima sessione a luglio e la seconda ad agosto-settembre. Perciò i vescovi dell’America latina prestarono particolare attenzione alla questione demografica del continente. Posero chiaramente l’enfasi sull’interpretazione socio-demografica, ma inclusero anche una dimensione pastorale che teneva conto delle reazioni ecclesiali più attente alle coppie concrete, con accenti in completa sintonia con le future tre parole chiavi di Francesco in Amoris laetitia, «accogliere, accompagnare, discernere».

L’America latina offre in una prima visione d’insieme, un panorama apparentemente uniforme, con un denominatore comune: è una regione che s’identifica come società cristiana, con una cultura di base latina e una prevalenza di popolazione ispanofona. Esiste una storia comune, apparentemente simile: la colonizzazione avvenuta in gran parte per opera dei popoli iberici, dalla fine del XV secolo fino agli inizi del XIX. Ma, dietro questa uniformità storica, si nasconde una diversità stridente, difficile da compattare, generatrice di dinamiche differenti.

In pieno post-concilio, e con una Chiesa latinoamericana in cammino, la promulgazione dell’enciclica, il 25 luglio 1968, fu uno degli eventi decisivi del pontificato di Paolo VI, anche nel nostro continente. E ciò perché in quegli anni in America latina si viveva l’effervescenza sociale della religiosità: l’enciclica Populorum progressio (1967) e l’incontro episcopale di Medellín, in Colombia, nell’agosto del 1968, di fatto eclissarono un confronto profondo sulla Humanae vitae.

Mentre dall’altro lato dell’Atlantico l’indifferenza e l’ateismo furono le preoccupazioni centrali della riflessione, in America latina la presenza di un popolo credente e povero richiedeva una risposta immediata da parte della Chiesa e della teologia ai suoi problemi.

La teologia europea nacque segnata in modo profondo dal dialogo con gli intellettuali; quella latinoamericana invece ebbe un carattere molto più sociale, con una evidente preoccupazione per le questioni sociali. La conferenza di Medellín fu la prima occasione in cui i vescovi dell’America latina fecero loro il messaggio del concilio Vaticano II con la decisa responsabilità di metterlo in pratica nelle loro Chiese e nelle loro comunità. La fedele ricezione del concilio Vaticano II da parte dei pastori, dei vescovi e del gruppo dirigente del Cela, il Consiglio episcopale latinoamericano in quegli anni post-conciliari segnò la maturità della Chiesa latinoamericana e la forza spirituale, pastorale e sociale che l’avrebbe caratterizzata nell’immediato futuro.

Il contributo del Celam fu cruciale, grazie a un lavoro collegiale, con uno sguardo posto al di là della Chiesa locale e particolare. La seconda fase della conferenza generale dei vescovi dell’America latina mise chiaramente in luce la sua finalità già nel titolo, «La Chiesa nell’attuale trasformazione dell’America latina alla luce del concilio», con cui quella Chiesa, tanto dipendente dall’Europa, trovò gradualmente un’identità propria e un apporto da offrire alla Chiesa universale. La costante preoccupazione per la presenza della Chiesa nel mondo mise in evidenza le gravi disuguaglianze sociali: la realtà e lo scandalo dei poveri in America latina. L’opzione preferenziale per i poveri fu allora eretta a necessità sociale, a priorità evangelica e conciliare, e divenne il segno più convincente di una Chiesa, di un popolo e di una cultura aperti a Dio.

di María Luisa Aspe Armella

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20 ottobre 2019

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