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Riflessioni
in forma di preghiera

· ​Maria nell’opera di padre Agostino Reali ·

Non sono tante, tra i materiali editi, le poesie di padre Venanzio (al secolo Agostino Reali, 1931-1994) di contenuto interamente mariano, anche tra quelle nate come preghiera. E si trovano per lo più nel volume che, unitamente alle letture critiche di Giovanni Pozzi dedicate ai suoi testi, in appendice raccoglie componimenti postumi (La poesia di Agostino Venanzio Reali, Morcelliana 2008).

Giovanni Pozzi afferma, nel merito, che quelle poesie sono «tutte quante degne di figurare accanto a quelle tramandateci da un san Bernardo o un sant’Anselmo, che il popolo cristiano ha ripercorso per secoli, così da finire intatte anche nelle più popolari filotee».

Nicoletta Bertelle, «Cantico dei cantici» (2015)

E si tratta di testi pensati veramente come preghiera, più che poesia: erano destinati a «Messaggero Cappuccino», la rivista dei frati minori cappuccini della (allora) Provincia bolognese-romagnola.

In forma di versi, in quei componimenti il poeta invoca in preghiera Colei che nella sua somma innocenza («ammantata di neve») risplende tra l’umile gente all’incrocio delle nostre strade (Madonna del crocicchio). A lei basta un alito di voce («sospira una parola al Verbo») per intercedere presso la Parola del Dio vivente. Vide egli l’alta sua umiltà pronta a farsi grembo di candore («virgineo grembo»). Chiedere, confidenti, di chinarsi sui fiori devastati dalle intemperie («l’uragano sui fiori»), su sofferenze, scherno («sarcasmo») e pianto, a lei chiedere «dai balconi del cielo» mani soccorrevoli («clementi») e occhi pietosi («pupille inclini»), fa sicura la speranza di luminoso riparo («l’ombra di Dio») e agile navigazione («agile ai remi»), custoditi nella fiducia del materno abbraccio («e saprò che sei madre»).

Le metafore di sfondo rimandano alla semantica del viaggio, prevalentemente per mare, a rischio costante di naufragio. In questo contesto si riconoscono calchi delle litanie lauretane rimodulate con inventiva insieme allo stupore di una perseguita semplicità: «mite portinaia del cielo» (per estensione da ianua coeli), «intemerata stella» (alla congiunzione di mater intemerata con stella matutina), «tu sola inviolata» (da Mater inviolata), «torre eburnea» (da turris eburnea).

Solo alcune brevi postille intorno ad alcune invocazioni: «Vengo colomba ai tuoi battenti: / ricordami, madre, / le mani terebrate». Nella preghiera il poeta chiede a Maria, cui si rivolge come l’amato all’amata nel Cantico dei cantici («colomba»), di tenere sempre presenti a sé i segni della passione indicati dalle «mani», che anche san Francesco — alla cui sequela l’orante si è posto — con le stimmate ebbe «terebrate». E poiché la «Bellezza s’è fermata» in lei, per non sgualcire ogni cosa, egli chiede di inclinarlo a quel Dio bambino tenerissimo che pesa dolcemente sulla Madre. Sicuramente anche tutta una serie di dipinti celebri — realizzazioni, ciascuna a sua volta come una sorta di preghiera — si saranno affacciati alla mente dell’autore, che era anche pittore, del resto, mentre scriveva questi versi.

A Maria, che nella sua umiltà ha dato compimento al desiderio dell’Altissimo di incarnarsi («che secondi le voglie infantili di Dio»), si può chiedere la preghiera affinché lo Spirito d’Amore che l’ha penetrata («Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo», Luca, 1, 35) discenda pure in noi per agevolare la nostra traversata: «Se i tuoi occhi di vena / mi offriranno l’ombra di Dio / sarò agile ai remi».

Sono versi, questi in particolare, che in forma di preghiera sembrano rappresentare sensibilmente le riflessioni che Massimo Cacciari, più di recente, sviluppa in Generare Dio (Il Mulino, 2018) intorno all’immagine teologica dell’ombra — insieme a varie altre — muovendo da alcune icone di Annunciazione tra le più notevoli della storia dell’arte occidentale (Simone Martini e Lippo Memmi, Piero della Francesca, Beato Angelico), e accostandole anche a immagini di Maternità (Andrea Mantegna, Giovanni Bellini), di Pietà o Deposizione (Giovanni Bellini, Rogier van der Weyden).

La prima di queste, in vero, la Madonna del Mantegna del Museo milanese Poldi Pezzoli, «sembra quasi invitarci a partecipare al respiro del suo bimbo addormentato», scrive il filosofo. E sembra in vero desiderare di riversare al mondo l’alito di Vita, il respiro di Colui che ogni momento suscita all’esistenza le sue creature.

«Questa fanciulla dolcissima e dolente — afferma Cacciari — è colei-che-genera, la Donna che ha generato il Figlio». Colei che rifà veramente nuovo il nome della donna (Eva, madre di tutti i viventi): «alba genitrice del sole» nel testo poetico e più pittorico di padre Venanzio, La Madonna del soccorso. «Tuttavia è anche colei che l’ha atteso, che lo genera senza conoscerlo, che lo cerca senza trovarlo, che lo trova e lo perde» — come l’amata nel Cantico dei cantici, potremmo aggiungere — «che lo piange e lo ritrova o spera di ritrovarlo. È la donna nel cui grembo humilis si compie il primo atto della kénosis del Signore, ed è la donna che è segno della pienezza dei tempi, poiché se è ora che il Signore ha mandato il proprio figlio plenitudo temporis è questa ora stessa (Galati 4, 4-5). Segno, allora, di potenza, di gloria, che però non nasconde — prosegue Cacciari — l’angoscia che promana dalle pagine dell’Apocalisse: la donna che genera il figlio è la stessa che viene perseguitata dal drago, costretta a fuggire nel deserto, inseguita dal fiume immondo che vomita dalla sua bocca, libero come è fino all’ultimo di infuriare contro coloro che osservano la Parola di Dio. I Cieli esultano perché il diàbolos è precipitato, perché è stato vinto colui che voleva separarli dal Signore; ma la donna è costretta quaggiù, nel pieno della guerra (Apocalisse 12, 1-18). Ed è lei che deve condurla».

Capace di luce nel fiat di perfetta obbedienza, «nube di luce piena», nella poesia di padre Venanzio con un cortocircuito di sublime sintesi quell’ombra, d’«alba genitrice del sole», è al tempo stesso la «nube assunta dal sole», riparo sino all’ultimo alle umane tribolazioni: alla Madonna del soccorso l’autore rivolge le stesse invocazioni che echeggiano nel Rosario e la Vergine è rappresentata soprattutto come la Donna vestita di sole dell’Apocalisse, invano insidiata dall’antico avversario: «Tu scolta della pace, / rimuovi la remora blanda: / vedrò l’artiglio del drago / tentare invano la soglia».

Il Padre ha un progetto, un sogno per ogni sua creatura, che non si vorrebbe, ma che facilmente si può mancare: «né gli smarrisca il sogno, / in me fallace, d’amore». E poiché Maria interamente vi aderisce, lei possiamo invocare: lei, al cuore della Trinità beata, nel vincolo d’amore che lega il Padre al Figlio («l’amore ti abbraccia»). In quel nodo d’amore, come il padre misericordioso della parabola — in attesa sulla soglia — il Padre al maiuscolo aspetta nel Figlio d’abbracciare ogni figlio, «spiando ritorni». «E la fine di tutto il nostro esplorare / sarà giungere là dove partimmo / e conoscere il luogo per la prima volta», scrive Eliot in chiusura del Quattro quartetti.

Non è che l’umile supplica della preghiera («dolce rada alla mente, / fammi approdare a Dio») il nostro gesto di richiesta d’aiuto, quell’allungare la mano che sporge tra le insidiose onde della nostra navigazione («Sporgo la mano sui flutti»).

di Annamaria Tamburini

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20 ottobre 2019

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