Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Ridere, leggere e scrivere nell’Italia
del primo Novecento

· Una mostra a Modena sull’editore Angelo Fortunato Formiggini ·

Chissà se quel gesto estremo lo aveva deciso con l’intento di lasciare un’opportunità di sopravvivenza alla famiglia, alla moglie e a Nando, il figlio adottivo, o per disperazione. La disperazione che ha seguito le leggi razziali del 1938 che senza vergogna né pudore sancirono le caratteristiche degli italiani puri, e quelle di altri italiani che della medesima patria non potevano più fare parte, neppure chi, come lui, aveva combattuto nella grande guerra. Chissà se pensò a questo prima che i sensi lo abbandonassero, mentre dopo essersi gettato dalla torre Ghirlandina della cattedrale di Modena, gli passava davanti in un fiat la vita intera. Era il 29 novembre del 1938.

Angelo Fortunato Formiggini  in una foto degli anni Venti

«A. F. Formiggini, editore – maestro, abbandona la terra lasciando il ricordo imperituro di spirito libero, profondamente italiano, di dedizione assoluta alla coltura Patria», era scritto nel necrologio all’indomani di quell’atto che lasciò chi l’aveva conosciuto sconfortato e solo.

Era un ebreo di origine modenese Angelo Fortunato Formiggini, colto, intellettuale, sarcastico, convinto del valore offerto dalla convivenza e dal travaso apportato dalle diversità religiose, di opinione e cultura. Laureatosi a Modena in Giurisprudenza con una tesi su «La donna nella Torah», nella quale confrontava testi sacri di tradizioni diverse. A Roma prese la seconda laurea e a Bologna nel 1907 una terza in filosofia, con una brillante e inconsueta tesi dal titolo «La filosofia del ridere»: antidoto a qualsiasi impedimento umano verso la pacifica convivenza.

Il suo debutto nell’editoria avvenne nel 1908 a Bologna nell’ambito di una festa che rievocava l’antagonismo fra la città e Modena, già descritto ne La secchia rapita di Alessandro Tassoni. Formiggini pubblicò due volumi La Secchia, raccolta burlesca e dissacrante dell’originale, e Miscellanea tassoniana, con la prefazione di Giovanni Pascoli e il suo implicito apprezzamento. Nel 1910 pubblica il primo volume dei Poeti italiani del XX secolo, poi diverse riviste. Nel 1911 la casa editrice si trasferisce a Genova editando dal 1912 al ‘13 ben 75 titoli sino a quando, scoppiata la prima guerra mondiale, parte per il fronte da convinto interventista.

È certo che l’Europa del futuro troverà linfa dalla «civile e fraterna comunione di culture fra i popoli», convinzione che sarà presto smentita dalla storia dei decenni successivi. Nel 1917 esce la collana dei Classici latini e, terminata la guerra, la casa editrice si sposta a Roma, ai piedi del Campidoglio, dove edita «L’Italia che scrive», un compendio di quanto pubblicato nel paese.

Il lavoro del fortunato giornale è fortemente legato all’Istituto per la propaganda della cultura italiana, poi denominato Fondazione Leonardo, della quale fanno parte anche membri del governo e dell’amministrazione nazionale. Con l’insorgere del fascismo e di Mussolini la teoria del riso cara a Formiggini a poco servirà e, malgrado avesse guardato con favore alcuni sviluppi politici, aveva presto compreso di doversi confrontare con il regime. Definisce quello di Mussolini «un formidabile tentativo di dare all’Italia un’anima nuova e vibrante di fede» mal realizzato dalla cattiva scelta di gerarchi e uomini dell’apparato. Intuisce di dover trovare un equilibrio fra la repressione e il controllo. Il sarcasmo liberale, ma talvolta provocatorio dell’editore, avrà successive laceranti conseguenze nello stesso rapporto tra Formiggini, uomo al servizio della cultura, e il ministro dell’Istruzione, il filosofo Giovanni Gentile che, al dicastero fra il 1922 e il ‘24, lo estromette dalla Fondazione Leonardo della quale l’editore era stato il principale finanziatore.

Negli anni Trenta la crisi economica sarà ineluttabile e malgrado venga istituita la Società anonima Formiggini, con sottoscrizioni per azioni di 500 lire a opera di intellettuali, amici e persino altri editori, l’epilogo è segnato. Ciò nonostante numerosi sono stati i progetti portati a termine da questo grande personaggio, amico di Filippo Tommaso Marinetti e di altri futuristi. Pubblicò testi di letteratura, tra i quali alcuni di Pirandello, di filosofia e di pedagogia. La sua vicenda è ricostruita nella mostra «Angelo Fortunato Formiggini. Ridere, leggere e scrivere nell’Italia del primo Novecento», alla Galleria Estense e alla Biblioteca Estense di Modena, sino al 30 giugno. Un modo per ripercorrere la storia italiana fra importanti documenti, lettere, libri e fotografie, segnalando altresì come la presenza dell’ebraismo nel paese affonda radici nell’età antica e medievale. “L’ebraismo non è una razza: di ebrei ce ne sono di tutte le razze, di tutti i colori, di tutte le filosofie, di tutti gli strati sociali» scrisse in un disperato testamento spirituale e intellettuale preparato prima della sua uscita di scena, quando si lanciò nel vuoto con dei soldi in tasca, a dimostrare che non lo faceva per difficoltà economiche, ma per la perdita di identità, per la negazione di essere italiano. Achille Starace, segretario nazionale del Partito fascista, all’indomani della tragedia nel suo epitaffio scrisse «È morto proprio come un ebreo: si è buttato dalla torre per risparmiare un colpo di pistola».

di Susanna Paparatti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE