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Di chi abbiamo paura?

· Un libro di Michel Cool ·

«Una dichiarazione di guerra alle paure che ci paralizzano, noi cristiani e cittadini». Così Michel Cool, giornalista cattolico da tempo convinto sostenitore del dialogo interreligioso, riassume il suo ultimo saggio De quoi avons-nous peur? Désarmons-nous (Paris, Salvator, 2017, pagine 144, euro 14,90). Dopo l’ondata di terrorismo che nel recente passato ha colpito una Francia già alle prese con crescenti tensioni sul piano sia identitario che comunitario, l’atteggiamento da adottare come cristiani all’interno di una società multiculturale è divenuto nel paese un tema sempre più dibattuto. 

Come testimoniano del resto due importanti saggi — Église et immigration, le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne di Laurent Dandrieu (Presses de la Renaissance, 2017) e Identitaire. Le mauvais génie du christianisme di Erwan Le Morhedec (Cerf, 2017) — usciti contemporaneamente a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2017, e che hanno riscosso un’eco mediatica tanto potente quanto inaspettata: i due libri sono agli antipodi l’uno dell’altro, a dimostrazione di quella polarizzazione del panorama cattolico francese, sottolineata da Jean-Pierre Denis nell’editoriale pubblicato su «La Vie» e ripreso dall’«Osservatore Romano» del 12 gennaio 2017.
E se l’opposizione tra accoglienza dell’altro e salvaguardia della propria identità non è un fatto nuovo nel paese, il dibattito è divenuto ancor più acceso dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel, il 26 luglio 2016, sgozzato da un islamista mentre stava celebrando la messa mattutina nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, nel nord della Francia. Questo assassinio è stato vissuto dai francesi come un vero e proprio trauma, al punto che numerose persone, tra le quali tanti cristiani, hanno cominciato a rimettere in discussione certi aspetti del modello di accoglienza e di dialogo che ha invece contrassegnato negli ultimi decenni la politica nazionale.
Come rimanere incondizionatamente aperti all’alterità in un mondo in cui assistere a una messa o a un concerto può rappresentare un potenziale rischio mortale? Come non irrigidirsi in una società segnata da una recrudescenza dei comunitarismi da una parte e da un laicismo vendicativo dall’altro?
A questi interrogativi non si è sottratto Michel Cool, anch’egli in preda a quella “santa fifa” che può colpire ognuno di noi. Lungi dal lanciare anatemi, l’autore — che si è sorpreso, dopo gli attentati in Francia, a provare egli stesso diffidenza nei riguardi del vicino di casa musulmano — promuove in questo libro-manifesto una riflessione illuminata da quel distacco che solo una forte dose di fede può consentire.
Ispirandosi al monito di Henri de Lubac riguardo al rischio, sempre in agguato, di «perdere fede nella nostra fede», Cool suggerisce che il cristiano non deve per forza essere senza paura, ma semplicemente deve chiedersi: «Sono pronto a salvare Dio in me, mentre il mio primo automatismo è di scappare via o di sfoderare le armi di dissuasione di massa quando il nemico si avvicina?». Allo stesso modo, la coscienza «di essere abitato da un Dio infinitamente fragile, che ha bisogno che io lo protegga innanzitutto da me stesso, da questo lupo di Gubbio che ringhia di rabbia dentro di me, mi porta davvero a cercare mezzi per adeguare il mio modo di vivere a quello che pretendo di credere?».
La consapevolezza che le nostre paure ci rendono «facilmente farisei» è, secondo Cool, un primo passo verso la guarigione. Un primo passo verso la conversione.

di Solène Tadié

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25 agosto 2019

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