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Ricucire le ferite

· Rosemary Nyirumbe e le ex bambine-soldato ugandesi ·

L’Uganda è un Paese meraviglioso, con il lago Vittoria, le acque del Nilo, le meravigliose cascate, l’aspetto fiorente e rigoglioso del Parco Nazionale impenetrabile di Bwindi, cuore dell’Africa nera, il luogo più selvaggio del continente, quello che a ragione l’esploratore Henry Stanley definisce la «Perla dell’Africa». Eppure la terribile storia politica lo rende ancora un Paese poco visitato che non si è ripreso dalle tremende ferite che gli sono state inferte.

La missionaria ugandese Rosemary Nyirumbe

Dal 1986 l’Lra, un gruppo di guerriglieri guidati dal famigerato Joseph Kony, si è macchiato di crimini orrendi, facendo incursioni nei villaggi di Uganda, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, rapendo bambini innocenti e costringendoli a diventare soldati, perpetrando su di loro violenze irripetibili e inimmaginabili. Questo è il Paese in cui opera suor Rosemary Nyirumbe, la cui storia Reggie Whitten e Nancy Henderson raccontano in Cucire la speranza (Bologna, Edizioni Emi, 2016, pagine 240, euro 17,50).
Partendo dalla scuola di sartoria di Santa Monica, a Gulu, che versava in uno stato di abbandono, la piccola suora ugandese riuscirà a mettere in piedi un progetto di sostegno alle ex prigioniere dell’Lra e ai loro bambini. Reggie Whitten e Nancy Henderson ci accompagnano in questa crudele realtà senza sfociare mai nel pietismo e nella commiserazione delle ragazze che hanno subito violenze fisiche e psicologiche che non sono solo tremende, ma anche inconcepibili.
Bambine costrette a uccidere anche i propri familiari, stuprate, mutilate, costrette a portare in grembo, loro stesse ancora così piccole, il frutto di queste violenze perpetrate sui loro corpi ma, soprattutto, sulle loro anime. E, quello che è ancora peggio, destinate al disprezzo e alla emarginazione dai loro stessi familiari, etichettate come iettatrici e accusate di essere state complici di tali orrori. Come se non bastasse, anche i loro figli vengono allontanati dalla comunità perché figli dei ribelli.
Il merito dei narratori è di riuscire a lasciare la violenza devastante di Kony sullo sfondo, di non concedere mai alla sua persona e ai suoi orrendi atti il ruolo da protagonista in una storia che è, fin dall’inizio, una storia di amore e misericordia.

di Angela Mattei

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18 marzo 2019

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