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In ricordo del martirio
di padre Hamel

A mezzogiorno hanno consegnato al cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, gli atti dell’inchiesta sul martirio di padre Jacques Hamel, assassinato il 26 luglio 2016 nella sua chiesa parrocchiale a Rouen, in Francia. Per l’arcivescovo Dominique Lebrun e i quaranta giovani di Rouen che lo hanno accompagnato è stata una giornata straordinaria, davvero storica. «Incontrare Papa Francesco e poi consegnare al prefetto della Congregazione la documentazione sul martirio di padre Jacques non è un atto formale o burocratico» spiegano con passione.

«Con me e con il postulatore della causa, don Paul VIgouroux, sono venuti qui a Roma anche quaranta studenti liceali per testimoniare che questa è una storia di presente e di futuro e non solo di passato». spiega monsignor Lebrun, sottolineando che i giovani «sono stati anche ad Assisi, sulle orme di san Francesco, proprio per andare alle radici della testimonianza cristiana più concreta e anche del dialogo con tutti».

In questo pellegrinaggio diocesano di Rouen, aggiunge, «i ragazzi stanno leggendo insieme l’esortazione apostolica Gaudete et exsultate e posso testimoniare che è per loro un’esperienza molto utile perché li richiama sul serio alla vocazione alla santità».

«Per l’intera comunità di Rouen e non solo per i cattolici — fa presente l’arcivescovo — il martirio di padre Hamel è un grande segno di speranza, un punto di svolta che ci chiede di intraprendere senza paura un cammino di riconciliazione e di conversione».

Non vinceranno la Champions league ma in campo ce la mettono tutta, come se fossero Cristiano Ronaldo o Messi: sono gli Yankees di Bolzano, la più improbabile e, proprio per questo, più simpatica squadra di calcio che esista. Conta poco che accanto ai loro nomi, sul tabellino, ci sia scritto «tetraparesi, paraplegia, sindrome di Down, malattia neurologica di Charcooth-Marie-Tooth, sindrome autistica, ritardo psicomotorio». Ma il mister Alessandro Varner li chiama per nome e così a scendere in campo sono bambini e non “malati”: Matteo, Christian, Daniela, Samuel, Federico, Alessio, Manuel, Mario Pio, Sofia, Roberto, Gabriele, Martin, Christofer e Lorenzo, che, con la meravigliosa sfrontatezza di un cromosoma in più, ha scritto e detto al Papa: «Vorrei aiutarti a salvare il mondo».

Un progetto bellissimo messo su da famiglie che non si arrendono alla disabilità, anzi la vivono come un’opportunità. E la pioggia non ha spaventato questi campioni che hanno voluto abbracciare Papa Francesco per fare «il pieno di speranza, una preparazione spirituale per vincere le partita della vita, prima ancora che quella sul campo». Sostenuti dal coraggio di mamme come Sabine Bertagnolli, autrice del libro Il mio piccolo scalatore (Arca edizioni), scritto appassionatamente per raccontare la storia del figlio Matteo, nato con una rara malformazione cerebrale.

In piazza San Pietro, particolarmente significativa anche la presenza di alcune vittime del conflitto armato in Colombia e di alcuni familiari di militari italiani deceduti nelle missioni all’estero in tempo di pace. Era anche presente il pellegrinaggio dei militari croati, tra cui alcuni veterani di guerra, accompagnati dall’ordinario monsignor Jure Bogdan.

Un incoraggiamento Papa Francesco ha poi riservato a quattro studenti delle scuole medie italiane che hanno vinto il concorso High School Game sul tema dell’ecologia integrale. Selezionati tra oltre centomila ragazzi, «sono testimoni dell’impegno delle nuove generazioni a proteggere e migliorare la nostra “casa comune”». A presentarli al Papa sono stati i responsabili dell’organizzazione Connet4Climate, che dal 2015 cerca di mettere in atto le indicazioni dell’enciclica Laudato si’.

Infine il Pontefice ha benedetto la statua di san Marco evangelista custodita da oltre un secolo nella parrocchia di Castellabate, nella diocesi di Vallo della Lucania.

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22 luglio 2019

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