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​La forza delle domande ingenue

· Ricordi futuri 3.0 in mostra a Palermo ·

«Doveva essere migliore degli altri il nostro / ventesimo secolo. / Non farà più in tempo a dimostrarlo / ha gli anni contati / il passo malfermo / il fiato corto» scrive con amara ironia Wisława Szymborska, premiata con il Nobel per la letteratura nell’ultimo decennio del secolo breve. Per tutta la vita alla ricerca, discreta ma costante, attraverso le parole, dello stupore che scaturisce dalle piccole cose, viste da vicino in tutta la loro sovrabbondante meraviglia.

Bruna Biamino, «Yad Vashem» (2007)

«Come vivere? mi ha scritto qualcuno / a cui io intendevo fare / la stessa domanda / Da capo, e allo stesso modo di sempre / come si è visto sopra / non ci sono domande più pressanti / delle domande ingenue». Queste parole, tratte da Scorcio di secolo, rendono bene lo stile antiretorico, ma per questo ancora più accorato della mostra Ricordi futuri 3.0 Diaspore in terra di Sicilia, inaugurata a Palermo, nella sala delle capriate di Palazzo Sant’Elia, il 25 gennaio e visitabile fino al prossimo 24 marzo. Da capo, e allo stesso modo di sempre non ci sono domande più pressanti delle domande ingenue, ripete Szymborska; l’importante è non censurarle, non bloccarne la portata e la forza di provocazione, capace ancora di ribaltare postulati che diamo per acquisiti nella nostra vita quotidiana. «La memoria non è nulla se non incide sul nostro presente, così rapido da esser già futuro — spiega Ermanno Tedeschi, curatore dell’allestimento insieme alla storica dell’arte Flavia Alaimo — e anche la scelta di opere e artisti guarda al prossimo, temporale e identitario».

Dopo le mostre tematiche degli anni scorsi ad Asti, Torino e al Parlamento europeo, inaugurate in occasione della settimana della memoria, la collettiva multimediale trasloca a Palermo nell’anno in cui la città è capitale italiana della cultura. E quest’anno, accanto alle opere e alle installazioni, le video testimonianze di Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, acquistano ancora maggiore risalto dopo la scelta del presidente Mattarella di nominarla senatrice a vita.

Dare testimonianza non è un atto scontato, è una scelta precisa; come molti altri sopravvissuti, Liliana è rimasta in silenzio per molto tempo e solo nei primi anni novanta del Novecento ha scelto di parlare «facendo del dolore dei ricordi uno strumento», accettando di condividere con tutti la sua esperienza di ragazza deportata nel campo di concentramento di Birkenau ad Auschwitz, il passaggio dalla vita normale di bambina milanese benestante, nata e cresciuta in una famiglia amorevole e serena, alla vita di chi viene privato di tutto, perfino della propria identità.

La sua storia è uguale a quella di mille altri. Liliana e suo padre tentano senza esito la fuga verso la Svizzera. Poi la detenzione: il carcere femminile di Varese, il carcere di Como e in fine il carcere di San Vittore a Milano. Da qui, il viaggio verso il lager. «Un pomeriggio entrò un tedesco nel raggio ed elencò 605 nomi (...). Era la deportazione a cui non avevamo creduto: la gente diceva non è possibile che mandino degli italiani fuori del paese».

Nell’istante in cui lascia quel carcere Liliana situa il distacco tra il mondo che aveva vissuto fino a quel momento e il mondo che troverà poi: «Furono gli ultimi uomini». Si riferisce ai detenuti comuni del carcere di San Vittore, che vedendoli partire capiscono la gravità di quello che sta accadendo e gridano parole di incoraggiamento: «“Dio vi benedica, non avete fatto niente di male” (...). Ci vedevano dalle loro celle e ci lanciavano arance, biscotti, guanti, di tutto».

La vita all’interno del campo viene raccontata in tutti i suoi dettagli penosi: il lavoro, le selezioni per la camera a gas, il grigiore della neve dovuto alle ceneri dei forni. Liliana Segre non ci nasconde niente: la competitività tra le detenute, l’ossessione costante della fame. Ma ci sono anche le virtù estreme di cui ha scritto Todorov, parlando dell’ultimo periodo di prigionia: la gioia per le piccole cose è ancora possibile. «Nelle prime ore di pomeriggio, non mi ricordo se si allentasse la sorveglianza o se avessimo il permesso di uscire dietro la baracca, uscivamo e prendevamo quel tiepido sole dell’Europa del nord». Le deportazioni di ieri rimandano alle deportazioni di oggi; un occhio al futuro e uno alla storia, grazie ai preziosi documenti in prestito dall’università: le lettere originali di espulsione dei professori ebrei durante il ventennio fascista. Tra gli altri, il grande fisico Emilio Segrè e il biochimico Camillo Artom. Poi oggetti simbolici, come un violino rinvenuto in un lager, J’accuse muto senza bisogno di didascalia.

di Silvia Guidi

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14 ottobre 2019

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