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Ricorda che in te abita qualche cosa di buono

· Alla ricerca dell’uomo nella società secolarizzata ·

Pubblichiamo ampi stralci di uno degli articoli contenuti nel numero in uscita della rivista «La Nuova Europa».

Un’antica leggenda cinese narra che quando l’Imperatore voleva sapere come andavano le cose nel Celeste impero, faceva venire i musicanti e chiedeva di cantare le canzoni più suonate nel paese in quel momento. In base al tono, alla melodia e all’armonia della musica si faceva un’idea molto chiara di ciò che accadeva nello Stato, e quindi di che cosa c’era da aspettarsi nell’immediato futuro.

Immaginandoci per un istante la somma di tutto quel che oggi si canta, si suona, si mostra, di tutto quel che di preferenza oggi colpisce gli occhi ed entra nelle orecchie, non si può non riconoscere, almeno fra sé se non davanti agli altri, che le cose vanno male. Perché gli uomini vogliono queste cose? Cosa cercano in tutto questo? Perché sono così infelici da volere questa roba?

Uno degli ultimi filosofi classici d’Europa, erede di Wittgenstein, dopo aver ascoltato l’ennesima opera attuale (si trattava di un oratorio minimalista davvero sadico), ha osservato: «Interessante, comunque, una società che produce sotto forma di arte soltanto una satira contro se stessa!». Satira, parodia, grottesco, una copia-remake storpiata e stupida fino al limite estremo. Immagini di generale disfacimento e naufragio, di demenza totale, certi incubi confusi che, fra l’altro, già da tempo non spaventano più nessuno e sono diventati oggetto di commercio. Perché si richiede roba del genere?

Il trauma è uno degli elementi centrali di quest’arte: l’esperienza del trauma come tema principale; produrre un trauma come forma — trauma dell’orecchio, della vista, della mente, di tutti i «concetti normali» del lettore-ascoltatore- spettatore. Sembra che l’artista e il suo pubblico in questo mondo non abbiano visto altro che traumi; il trauma si pone, secondo il parere degli psicologi, alle origini stesse del vivere umano: i «traumi infantili» determinano tutta la vita successiva. Psicologi e sociologi, com’è noto, sono i nostri àuguri, i principali interpreti dell’attualità; tutte le altre sfere umanistiche sono pianificate a partire da psicologia e sociologia, in cui si trova la spiegazione ultima e «oggettiva» di tutto.

«In principio erano delle rovine», così ha espresso questo stato d’animo una delle voci più autorevoli del mondo contemporaneo, Jacques Derrida. Se riflettiamo per un secondo su questa affermazione, ci accorgiamo che (come gran parte dei detti famosi) non è affatto realistica, per il semplice motivo che dalle rovine non incomincia niente; «all’inizio» doveva esserci qualcosa che poi è decaduto, si è ridotto in rovine. Così come ai traumi infantili doveva pur precedere un soggetto non ancora traumatizzato, poiché non si può traumatizzare qualcosa che non esiste. Allo stesso modo stanno le cose col «decadimento» di cui si ama tanto parlare. Prima di decadere bisognava pur essere in una qualche posizione, da cui si è caduti in basso.

E invece è così che oggi l’uomo ricorda: a partire dai traumi, a partire dalle rovine. E così ricorda anche se stesso, e il mondo. L’inizio non lo ricorda. Probabilmente l’inizio finora non era mai stato dimenticato così drasticamente. Di questo, credo, parlano le canzoni che si cantano oggi nel nostro Celeste impero. A ben guardare, non ricordano neppure la fine. Dove è ignoto il principio autentico è ignota anche la fine. La finitezza dell’uomo, la sua mortalità, sono temi popolari nei ragionamenti odierni: ma è strana questa finitezza che non viene in alcun modo accostata all’infinito, e questa mortalità che non viene accostata alla morte e all’immortalità.

Insieme col Principio è scomparso dal campo dell’esperienza umana tutto ciò che discende direttamente dal Principio: l’attenzione, la profondità, la concentrazione, la riconoscenza, lo stupore, la grazia, la lode, il rispetto, l’ispirazione, il dono, la speranza in ciò che sembra impossibile, la fiducia, la tristezza elevata. Tutto ciò di cui ha sempre parlato l’arte, e che sarebbe semplicemente assurdo cercare nelle canzoni del giorno d’oggi (parlo sempre di ciò che è più tipicamente attuale). In questo spazio al di fuori di un principio e di una fine («noi viviamo dopo la fine», dicono, ma nella vita una cosa del genere non può semplicemente essere, la vita è tutta prima della fine!), non c’è assolutamente posto per tutto quello che abbiamo nominato e per molto altro. Questo spazio al di fuori di principio e fine, al di fuori di perdizione e salvezza, al di fuori di senso e nonsenso, questo spazio anti-escatologico e anti-ascetico, si chiama banalità quotidiana. L’uomo di oggi è immerso nella banalità quotidiana come mai prima. E questa banalità è ermeticamente chiusa: tutto il resto appare impossibile. Sull’impossibile non c’è niente da dire, ed è stupido sperarvi.

Parlando di antropologia dell’attuale società secolarizzata (o post-secolarizzata, come si dice), penso soprattutto al mondo europeo, ma non per contrapporlo a quello russo: almeno per quello che si canta, i due mondi non sono tanto diversi. Noi apparteniamo a un unico momento storico planetario. L’unica differenza può essere che quanto nel contesto occidentale è ormai routine nella vita artistica pubblica, nel contesto russo spesso viene ancora recepito come uno scandaloso oltraggio.

Tuttavia non si tratta di una puerile imitazione dell’Occidente, è l’aria dell’epoca che è arrivata nei nostri spazi con un certo ritardo. Un’altra corrente di quest’aria, costituita dalla società umanistica, ancora non è arrivata fin qui. E quando parliamo della società odierna e del suo cardiogramma che è l’arte, non possiamo non stupirci del loro contrasto apparentemente straordinario. La vita sociale della società attuale, che viene definita terapeutica o permissiva, è umana come non mai. La dignità dell’uomo, del singolo uomo a prescindere da attributi di ceto, etnia e genere, non era mai stata tanto stimata. Di per sé questa idea della dignità dell’uomo, la dignitas , slogan centrale dell’umanesimo che ha dato inizio all’epoca moderna, ha un’origine indiscutibilmente cristiana. Nessun’altra tradizione ha mai posto in cima a tutti gli altri valori la sola anima umana, la sua perdizione o la sua salvezza. Il cristianesimo qui ha proseguito e rafforzato l’intuizione veterotestamentaria di una dignità dell’uomo in qualche modo «non umana», su cui si interrogano con stupore i Salmi, tra cui quello che abbiamo scelto come epigrafe. Senza questa affermazione dell’uomo l’umanesimo classico non avrebbe semplicemente niente su cui poggiare, niente da cui iniziare.

Ai giorni nostri si preferisce parlare non tanto della «dignità» quanto dei «diritti» dell’uomo, ma il senso di tali «diritti», in sostanza, è lo stesso: difendere la dignità del singolo uomo davanti alle istanze impersonali. Per l’affermazione definitiva di questi diritti come norma formale indiscutibile e universale si è pagato con l’esperienza disastrosa del totalitarismo del XX secolo, che aveva annullato istituzionalmente il valore della persona e della sua vita. Il problema della persona nel mondo totalitario e presso i suoi edificatori suonava esattamente l’opposto di quella del salmo: «cos’è mai l’uomo, perché si debba pensare a lui, in confronto ai nostri progetti, scopi, idee, alla “necessità storica”, al luminoso futuro del proletariato o al trionfo della razza ariana?». Che cos’è mai in confronto a tutto questo il singolo uomo, o migliaia e migliaia di singoli uomini? Ci sono cose più importanti. Quasi tutte le cose sono più importanti dell’uomo. Non solo di fronte a materie remote come il luminoso futuro o l’unica dottrina autentica, ma cos’è il singolo uomo di fronte alla necessità di costruire questa linea ferroviaria nel più breve tempo?

Quanto alla lezione che bisogna trarre da questa esperienza, il mondo russo e quello europeo occidentale per ora sono molto distanti. Noi viviamo, bisogna riconoscerlo, in una società che non ha riesaminato e non ha superato la cinica ferocia che era stata inculcata alla gente generazione dopo generazione (basti ricordare che la parola «spietato» si usava, e ancora oggi si usa da noi, in senso positivo: «faremo una lotta spietata»). L’essere spietati, la «santa crudeltà» verso il nemico non ancora sbaragliato si considerava qualcosa di elevato, di eroico e persino tragico. Lo chiamavano «umanesimo socialista».

Il mondo occidentale ha risposto alla propria rovinosa esperienza con un pentimento che ha preso la forma di un «nuovo umanesimo»; questo umanesimo si è espresso nel porre i «diritti umani» in cima alla scala dei valori, e nell’atteggiamento generalmente «terapeutico», «permissivo» della società attuale. «Mai più di nessuno potremo dire: questo non è un uomo». Potremmo così esprimere la lezione che la cultura europea ha tratto dai lager di sterminio, dall’avventura del «superuomo». E nessuno può dire che questo contraddice il precetto evangelico: forse, dopo tutti i secoli di civiltà cristiana, è la prima volta che è stata presa sul serio la parola sul grande valore del povero. E poi? Poi, ahimé, per fare in modo di non dover più condannare nessuno, per conservare la dignità umana di un essere malato, storpio, demente, depravato, incapace, ignorante, dobbiamo abbandonare i nostri vecchi concetti di salute, bellezza, ragionevolezza, virtù, capacità, istruzione. Perché sono tutte norme repressive. Dobbiamo abbandonare le grandi idee e progetti perché producono grandi carneficine, le religioni perché generano il fanatismo che divide tutti in «amici» e «nemici», e così via. Rinunciare a tutto ciò che ha in sé una forza, perché forza e violenza non si distinguono più. E si distinguono malamente fede e fanatismo, certezza e dogmatismo. Sempre più in basso, sempre più in basso, fin dove non rimane quasi più niente. È l’antropologia del nuovo umanesimo. «Cos’è l’uomo? È un essere traumatizzato, ferito, misero, malato, svuotato dalla sua lunga storia. In lui non c’è niente di buono: può trasformarsi da solo in un carnefice. E questo essere bisogna proteggerlo. E possibilmente non chiedergli niente di straordinario». L’immagine dell’uomo, splendido, come cosmo, quasi onnipotente, libero e operoso, con facoltà di conoscenza quasi illimitate, l’immagine che ha ispirato il primo umanesimo classico, ha lasciato il posto nel nuovo umanesimo al suo contrario. La dignità dell’uomo si riduce al fatto che, sia come sia, esiste, la dignità del vivente sta nel semplice fatto che è vivo. Il Signore si ricorda anche di lui, aggiungiamo noi. Ma il nuovo umanesimo questo non lo dice. La sua idea è stata espressa dall’influente filosofo francese André Glucksmann, nel suo Undicesimo comandamento : «Ricorda che in te abita il male!». Splendido, anche questo lo ha insegnato per secoli la pedagogia monastica. C’è ancora una cosa che è stata dimenticata ancor più drasticamente, e forse merita parlarne: «Ricorda che in te abita qualcosa di buono».

Questa curiosa chenosi è la parte più poetica e seria del nuovo umanesimo. Da essa può nascere, e talvolta nasce, un nuovo pensiero, una nuova arte, un’arte povera, sommessa, quasi senza suono, quasi senza colore. Quasi non la si sente ancora oltre il fracasso e lo strepito dell’epoca. In questa povertà nasce una nuova intensità.

Mentre quello che si sente dappertutto e di cui abbiamo parlato, è l’arte della banalità quotidiana che ho chiamato realtà anti-escatologica e anti-ascetica. Anti-escatologica poiché vuole «esistere e basta», senza cominciare da un inizio e senza finire con la fine, senza interrogarsi sul senso e sul nonsenso, nel mondo della «necessità» e del «divertimento». Anti-ascetica, intendendo l’ascesi non come un sistema di volontarie limitazioni e rinunce, ossia la comune astinenza con la quale viene spesso confusa, ma come una realtà aperta, dinamica, come volontà umana tesa ad altro, a ciò che sulla base del dato sarebbe assolutamente impossibile e assurdo, ciò che un poeta ha chiamato «lo sforzo della resurrezione».

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11 dicembre 2019

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