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Riconoscere, interpretare e scegliere

· Il discernimento ·

Dall’ultimo numero della Civiltà Cattolica pubblichiamo ampi stralci di una «guida alla lettura» del Documento preparatorio per il prossimo sinodo dei vescovi che si terrà nel 2018 sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».

George Rouault, «Gesù e gli apostoli» (1937-1938)

Di fronte alla provvisorietà delle decisioni che caratterizza il mondo e i giovani di oggi, l’indicazione del Papa è: «Rischia!». È proprio della pedagogia di Francesco non umiliare i giovani per i loro limiti, laddove essi sono più fragili (per esempio, nel dominare le passioni), e, d’altra parte, essere esigente e audace laddove invece sta la loro forza: giocarsi tutto per un ideale. Volendo scegliere un’immagine evangelica che illumini la proposta vocazionale, potremmo far riferimento non a quella abituale della «pesca», ma a quella delle parabole del seme: il seme che il seminatore sparge in tutti i terreni, quello che cresce da solo e quello di cui bisogna prendersi cura finché non matura, senza affrettarsi a sradicare la zizzania. Nella stessa linea, è illuminante anche la parabola del padrone che chiama operai alla sua vigna e paga gli ultimi come i primi.
Pertanto, nel Documento preparatorio del prossimo sinodo dei vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale» non si parte dal problema della necessità di vocazioni sacerdotali e religiose, ma si «universalizza la questione vocazionale». Il discernimento vocazionale viene presentato come «un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede» che riguarda tutti i cristiani. Esso infatti è il modo in cui «la vocazione all’amore assume per ciascuno una forma concreta nella vita quotidiana attraverso una serie di scelte, che articolano stato di vita (matrimonio, ministero ordinato, vita consacrata, ecc.), professione, modalità di impegno sociale e politico, stile di vita, gestione del tempo e dei soldi, ecc.».
Il discernimento non viene considerato come un atto puntuale, ma come il modo costante di vivere una «vita spirituale» che cerca di essere docile agli impulsi dello Spirito. Di qui l’accenno alle tre nascite — naturale, battesimale e spirituale — di cui parla la Chiesa orientale. Nel discernimento come «nascita nello spirito» (Documento, ii, 3) convergono la tradizione antica e le esperienze carismatiche attuali. La missione dei pastori è custodire e sostenere le libertà che ancora si stanno costituendo, a immagine di san Giuseppe, che aiutò Gesù a crescere e a maturare umanamente.
Nel Documento la fede viene considerata non come mero assenso intellettuale a formule dogmatiche, bensì come «partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr. Lumen fidei, 18)» e come lo sfociare di questa in «scelte di vita concrete e coerenti» (Documento, ii, 1). Lo spazio di questo ascolto e di questo dialogo è la coscienza, «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità (Gaudium et spes, 16)».

Può essere utile soffermarci sui tre punti che il Documento riprende dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 51. In questa, infatti, papa Francesco utilizza tre verbi per descrivere un cammino di discernimento: “riconoscere”, “interpretare” e “scegliere”.

di Diego Fares

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20 agosto 2019

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