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Ricomincio dalla religione

· La comicità di Massimo Troisi, una poetica intrisa di speranza e disincanto per la condizione umana ·

Viste in controluce, quelle figurine di angeli e diavoli che circolavano alla fine degli anni Settanta nei quadri teatrali del trio napoletano La Smorfia formano una minuscola cronaca di una visione religiosa che si apre a segni ricorrenti nel cinema di Massimo Troisi. Se andiamo a decifrarli, questi segni metafisici suggeriscono il ritratto di un autore riluttante ad abbracciare una poetica che non fosse al tempo stesso intrisa di speranza e disincanto per la condizione umana. Ai tempi del suo primo film, Ricomincio da tre (1981), Troisi stesso sottolineava il ripetersi di temi religiosi tra i suoi soggetti: «In quasi tutte le cose che ho fatto mi sono accorto che c’è questo argomento, anche quando non era calcolato». Scenette memorabili hanno anticipato le coordinate dei film a venire: l’invadenza dell’angelo dell’Annunciazione che sbaglia destinazione finendo in quella «casa umile ma onesta » di pescatori («Annunciazio’ annunciazio’‼») così come la finta intransigenza del Patriarca di fronte al giovane che — spacciandosi per un animale immaginario, il Minollo — vuol salire sull’arca per scampare al diluvio universale, oppure ancora di quel prete che redarguisce chi prega San Gennaro per vincere al lotto. Tutti personaggi che segnano una bizzarra quanto profonda allusione ai motivi del peccato, della carità e del miracolo ed una irrimediabile distanza tra improbabili interlocutori, che diventa paradosso comico. E la religione è stato l’unico problema che Troisi abbia incontrato con la censura: in primis, proprio il mini-atto «L’Annunciazione», i tre componenti de La Smorfia (Arena, Decaro e Troisi) furono denunciati per vilipendio alla religione di Stato, accusa subito archiviata. In seguito, nel 1981, in occasione della messa in onda di uno spettacolo della Smorfia in cui era inserito il monologo (o dialogo?) rivolto a Dio, con cui un giovane — interpretato da Troisi, in calzamaglia nera, avvolto dall’oscurità — chiedeva e lentamente esigeva pieno possesso di gioia nella sua vita. La Rai chiese che questo “assolo” venisse tagliato dalla programmazione. Gli ondeggiamenti della voce di Troisi, che facevano vagare troppo le parole rivolte a Dio dalla familiarità al rimprovero, vennero considerate inaccettabili. Eppure, in questa estrema confidenza con cui il personaggio si rivolge a Dio, si intuisce un bisogno di assoluto rivolto al trascendente e di condivisione con il prossimo, proposto senza intenti blasfemi ma con una allegria attonita che nasce dalla propria situazione di umile. L’ottica che si lasciava intuire già dai suoi primi monologhi, mai avari di indicazioni autobiografiche, era quella di chi ha dovuto subire la religione negli aspetti severi e didattici (come quando ricordava le domeniche in cui il padre, prima di sedersi a tavola, interrogava a lui e ai fratelli se fossero andati a messa), ed è confermata da tanti personaggi che appaiono nella sua filmografia. Basti pensare alla nipotina del protagonista di Scusate il ritardo (1983), che si lamenta perché costretta a ripetere il catechismo alla madre, sia a Gaetano che, in Ricomincio da tre, si porta dietro l’idea che la religione significhi «tené l’obbligo ‘e ccose». L’atteggiamento dei personaggi interpretati da Troisi, nella sua breve filmografia — tredici film e il grande rimpianto di averlo perso troppo presto — è emblematico di quella umiltà che sconfina nell’essenza tranquilla e scettica che caratterizzava il suo modo d’essere. Un modo d’essere che gli permetteva di essere libero. Alla iconografia dei quadri teatrali della Smorfia, ingenua come se affiorasse alla memoria di letture o film imposti ad un bambino svogliato ma pieno di immaginazione, Troisi sostituisce un prisma quotidiano di superstizione e fede in cui sono fissati i suoi personaggi. E sdrammatizza il suo esordio registico proprio riferendosi ai film biblici da cinema parrocchiale («Non ho fatto I dieci comandamenti» dirà presentando Ricomincio da tre). Se non epiche, le tracce del discorso religioso che Troisi lascia crescere di film in film, apparentemente in modo spontaneo, percorrono due direzioni: quella dei gesti tradizionali della religiosità popolare, riconoscibili al livello particolareggiato della messa in scena, soprattutto nel rapporto con i genitori, e quella del sentimento sotteso all’idea portante dell’intera vicenda, che coincide con una ricerca di comunicazione, non mediata, nel rapporto con gli altri e con Dio. Una volta unite, queste due direzioni possono suggerire le dimensioni sociologiche della misura domestica di una realtà collettiva, se non generazionale. La religione diventa così, per Troisi, il folclore morale con il quale i genitori dei protagonisti, giustificano e danno un senso alla propria vita. In Scusate il ritardo, la madre di Vincenzo vorrebbe «parlare un po’» con il Professore che ha ridimensionato a puro fenomeno fisico il prodigio delle lacrime che spuntano dalla statua della Madonna. E il padre di Gaetano, in Ricomincio da tre, ha una sua, pure logica, scala di valori per attendersi il miracolo che gli faccia ricrescere la mano persa in un incidente: «sono una brava persona, ho sempre faticato». È inevitabile che Gaetano si ritrovi ad identificare la tradizione con la religione, mentre tenta di sbarazzarsi degli schemi con cui gli altri, intorno a lui decifrano la realtà. Quella stessa realtà contro cui lui sta urtando — come Vincenzo e Camillo — senza sentirsi però chiamato a nuovi compiti, se non a mettere in atto il semplice tentativo di far bene, anche se si ritrovano il più delle volte ad agire a sproposito. La tradizione religiosa non propone alcun passaggio iniziatico, se non rituali (matrimonio, funerali ecc.) presenti in tutti i film di Troisi, come a scandire una monotona attraversata dell’esistenza e dai quali il personaggio resta sempre al margine. Questa distanza diviene frattura, se vista alla luce di relazioni che man mano il personaggio interpretato da Troisi costruisce basandosi su un contatto con gli altri — che egli avverte come impegno “personale” — che decisamente lo vincola. Le interrelazioni fra il prete e Vincenzo o Gaetano (Ricomincio da tre o Scusate il ritardo) così come quelle fra il medico e Camillo (Le vie del Signore sono finite, 1987), trascendono una dimensione che dovrebbe essere personale, ma che non riesce ad esserlo. Il paradosso de Le vie del Signore sono finite è che medico e paziente non si incontrino mai. In Scusate il ritardo, quando arriva il prete a benedire la casa dei genitori, i due fratelli faticano a rendersi presentabili: è solo la madre, col suo desiderio che i due ricevano una particolare benedizione ad immergere la scena, con il suo tono quotidiano, in una calda luce di religiosità e di rispetto. Il sacerdote, pur entrando nella casa, parla stando al di fuori delle esperienze della famiglia, di Vincenzo e degli altri… anche il chierichetto che lo accompagna si è distratto, mentre il sacerdote compie i soliti gesti. È Vincenzo a rompere i manierismi. I personaggi interpretati da Troisi non censurano la tradizione, ma la rendono inefficace ogni volta che ammettono la loro incapacità a relazionarsi con gli altri. Figuriamoci con Dio. È da questa rivalsa nei confronti della vita che nasce la “familiarità” con Dio, al quale ci si può rivolgere dandogli del “tu” e costringendolo ad ascoltare le parti più dolenti della propria esistenza. Vincenzo scandalizza sua madre per aver paragonato la “Madonna che piange” alla gente: «Sono triste. Non ce la faccio a vedere altra gente che piange». Gaetano si rivela rassegnato di fronte alla proposta del ragazzone americano che predica in giro per Firenze una religione che sia un aprirsi e parlare con la gente: «che vuo’ apri’?». Egli scende al cuore del pessimismo che rende ogni tentativo di cancellare ciò che separa gli uni dagli altri, la vuota risonanza di uno sforzo vano. Per lui tutto è inutile, finché non ammette d’esser un tipo “chiuso” e, confessando il suo modo d’essere, non si accorge che sta ottenendo proprio ciò che dice di non essere in grado di fare: aprirsi (all’altro). È questo inconsapevole desiderio di aprirsi, di incontrare gli altri, che spinge Gaetano, quando incontra Robertino, che vive recluso in casa dalla madre bigotta, ad invitarlo fuori: «Tu devi uscire, t’hanno chiuso in ‘stu museo!», Il percorso iniziatico insito in Ricomincio da tre e Scusate il ritardo è quello di emergere dalla simbiosi e dipendenza con la madre (tradizione), fino al raggiungimento dell’autostima e dell’individualità adulta. Così, non a caso, in Le vie del Signore sono finite, Camillo vorrebbe che la sorella che si è fatta suora missionaria, compisse gesti di madre nei suoi confronti, ma lei non lo aiuta affinché se la sbrighi da solo. A dispetto della brevità della scena in cui appare, il personaggio della sorella che si è fatta suora risulta ben più complesso se posto a confronto con l’altruismo esclusivo di Leone, l’altro fratello (interpretato da Marco Messeri) che si è assunto un compito protettivo nei confronti di Camillo. Crescere è la misura religiosa in senso lato, dell’incontro. Questa poetica trova il suo coronamento nell’ultimo film di Troisi, quel Il Postino (1994) mai abbastanza analizzato per quanto coinvolgente e straziante è vedere la sua ultima prova d’attore, alla vigilia della sua morte, venticinque anni fa. Mario Ruoppolo ha tanto in comune con Vincenzo, il personaggio che in Scusate il ritardo, chiedeva (ma non per sé) un mondo a misura del sentimento. Lo rassicurerebbe sapere che qualcun altro stia provando il desiderio di un mondo fatto di incontri. C’era in lui forse il desiderio di una dimensione collettiva? Di una speranza condivisa? Ma questa speranza ha le dimensioni di una caffettiera, come quella che il Professore ha nella casa dove Vincenzo si rifugia per i suoi convegni amorosi. Una caffettiera troppo piccola per fare più di un caffè: è il «massimo della solitudine» non sperare neppure che qualcuno venga a trovarti. È non voler provare i rimorsi della nostalgia per quello che poteva accadere, per ciò che deve ancora verificarsi.

di Antonio Farisi

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24 agosto 2019

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