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Ricciardetto cercatore di Dio

· Il giornalista Augusto Guerriero tra politica internazionale e critica neotestamentaria nel ricordo di Carlo Nordio ·

«Un conservatore che non ha niente da conservare». Così definiva se stesso, con ironica malinconia, il giornalista e scrittore Augusto Guerriero, più noto con lo pseudonimo Ricciardetto. «Molto più di un columnist autorevole» scrive Carlo Nordio in un partecipe e commosso ritratto pubblicato sul «Messaggero» del 26 maggio. «Era un uomo di cultura sovrana e di stile inconfondibile — continua Nordio — che con Panfilo Gentile e Indro Montanelli rappresentò per molto tempo il vertice dell’eleganza e della perfezione della lingua italiana».
Augusto Guerriero era nato ad Avellino nel 1893. «Come molti altri giovani della sua generazione subì l’influsso anarchico dell’utopismo tolstoiano, e si laureò in giurisprudenza con una tesi sul grande scrittore russo. Con l’andare del tempo questa illusione si affievolì e si convertì in scetticismo». Guerriero veniva dalla magistratura amministrativa (la Corte dei conti), era stato per parecchi anni al servizio dello stato, e aveva portato con sé nel giornalismo il gusto e lo scrupolo di chi aveva passato una buona metà della sua vita scrivendo pareri e sentenze. Da qui, l’affinità elettiva con Carlo Nordio, autore dell’articolo, magistrato dal 1977.
Informato e preciso, Guerriero scriveva con raffinata, sorvegliata sobrietà. Leo Longanesi lesse i suoi articoli, intuì il suo talento, gli assegnò l’incarico di commentare per il settimanale «Omnibus» i fatti internazionali e, di fatto, “inventò” il personaggio Ricciardetto. I lettori lessero i suoi articoli per molti anni su «Epoca» (testi poi parzialmente pubblicati in una raccolta chiamata Tempo perduto). Ma l’argomento che più gli stava a cuore non era la politica estera, pur frequentata con geniale intuito. «Era alla disperata ricerca di Dio» scrive Nordio nel suo omaggio al giornalista irpino.
A settant’anni Ricciardetto si dedicò alla critica neotestamentaria, che riassunse e diffuse soprattutto sul «Corriere della Sera» e nella corrispondenza con i lettori. Fece così conoscere al grande pubblico Loisy e Guignebert, Dibelius e Bultmann, i testi di Qumran. In apparenza non ne trasse vantaggio, dal punto di vista del suo personale itinerario spirituale, e nella prefazione del suo Quaesivi et non inveni ammette il suo sconforto e la sua solitudine. Come Schopenhauer pensava che la musica fosse l’unico itinerario verso l’assoluto, non inteso come il Nirvana cupo del filosofo tedesco, ma come elevazione che tende all’infinito: «E per lui era Bach, Bach e ancora Bach».
Forse fu l’amicizia con madre Teresa di Calcutta, che andava a trovarlo, a minare il suo agnosticismo. Morì il 31 dicembre 1981, e scrive Nordio che alla fine si era probabilmente riavvicinato a quella fede tanto ricercata.

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