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Ribelle per amore

· Padre Pedro Opeka ·

«Mi ribello contro tutti i discorsi vuoti sulla giustizia e sullo sviluppo. Sono il nemico degli esperti, di coloro che parlano e non fanno, dei politici che ingannano il loro popolo, dei presidenti che sono eletti per condurre i cittadini fuori dalla povertà e li lasciano peggio, illudendoli con parole vuote, mentre quelli stanno morendo lentamente. Questa ingiustizia mi fa rivoltare in ogni momento. Non cerco la violenza, ma la sento e mi fanno reagire. Ecco perché non posso parlare con pace, perché quando lo faccio urlo e mi ribello». Parole di Pedro Pablo Opeka, 70 anni, sacerdote argentino della congregazione di San Vincenzo de’ Paoli, da quarantotto in Madagascar. È a lui che «Alfa y Omega», settimanale cattolico di informazione dell’arcidiocesi di Madrid, dedica la prima pagina del suo ultimo numero. Un lungo articolo a firma di Andrés Beltramo Álvarez. Padre Pedro è “l’apostolo della discarica” o, meglio e appunto, “un ribelle in Madagascar”.

Nato a San Martín, nella provincia di Buenos Aires, figlio di genitori sloveni fuggiti dalla Jugoslavia, ha lasciato l’Argentina per realizzare il sogno di essere un missionario. Ci è riuscito e lo racconta in un libro appena pubblicato dal titolo Rebelarse por amor, che riassume quarantotto anni di vita tra i miserabili dell’isola africana. Era il 1970 quando, ventiduenne, arrivò in Madagascar, in una zona infestata dalla malaria. Trascorse lì due anni, come giovane operaio, costruendo dispensari e cappelle, imparando le abitudini del popolo malgascio. Decise che questo sarebbe stato il suo posto. Ritornò nel 1976, per non ripartire più. Prima, per quindici anni, nel sud-est del paese, poi nella capitale Antananarivo, cominciando dalla discarica alla periferia della città. Bambini e maiali. Quella notte si inginocchiò accanto al suo letto e implorò l’ispirazione di aiutare. Il giorno dopo tornò alla discarica e trovò la collaborazione di un gruppo di capi tribù seduti in un tugurio. Fu quello l’inizio del movimento Akamasoa (i buoni amici), nel 1989. Oggi il lavoro copre un vasto territorio con dispensari, campi sportivi, elettricità, strade e spazi verdi. Lavoro, educazione, disciplina. “Monpera”, come qui viene chiamato padre Pedro, assicura che la povertà estrema può essere vinta, con la verità e l’esempio. In trent’anni oltre 500.000 persone sono passate per il centro di Akamasoa; 25.000 vi risiedono stabilmente, altri 30.000 ricevono ogni anno un aiuto puntuale. Tutto questo grazie, in gran parte, a contributi privati, mentre rivela di aver rifiutato finanziamenti di prestigiose istituzioni internazionali che cercavano di condizionare o strumentalizzare il suo lavoro.

di Giovanni Zavatta

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18 marzo 2019

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