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Riaperta al culto la chiesa di don Hamel

· ​Celebrazione presieduta dall’arcivescovo di Rouen ·

Potrebbe non essere necessario attendere il periodo di cinque anni per istituire la causa di canonizzazione di don Jacques Hamel. Lo ha detto l’arcivescovo di Rouen Dominique Lebrun riferendo un colloquio avuto con Papa Francesco. Le sue parole sono state accolte con un grande applauso dai fedeli che il 2 ottobre hanno partecipato alla messa di riconsacrazione della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, dove il sacerdote francese è stato assassinato il 26 luglio.

«Il Papa — ha detto monsignor Lebrun all’Osservatore Romano — ci aveva accolti alla messa mattutina a Santa Marta il 14 settembre. Ed è stato proprio lui a chiedere di mettere la foto di don Hamel sull’altare, davanti ai ceri. Abbiamo vissuto un momento di consolazione e di approfondimento del mistero della morte di don Jacques, che il Papa ha chiamato senza esitazione martire e beato». Con l’arcivescovo era anche il cardinale Amato. «Il Pontefice — racconta ancora l’arcivescovo — ha confermato quello che avevamo intuito: non sarà forse necessario aspettare per avviare la causa. E questo, credo, perché è importante ai suoi occhi manifestare le grazie di misericordia che ci vengono a volte da sacerdoti del tutto comuni».

L’arcivescovo di Rouen riconsacra la chiesa dove è stato ucciso don Hamel (Afp)

La cerimonia di riapertura al culto della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray è iniziata nel pomeriggio con una processione che si è snodata dalla casa dove risiedeva don Hamel, fino alla chiesa. Dietro la croce portata dall’arcivescovo — la stessa croce che era stata gettata a terra dagli aggressori di don Hamel il 26 luglio — una quindicina di sacerdoti, tra i quali don Auguste Moanda, al quale è affidata la parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray, il vicario generale della diocesi, don Philippe Maheut, e molti parrocchiani.

Sulla piazza davanti alla chiesa, dopo il discorso del sindaco della cittadina, monsignor Lebrun ha preso la parola: «Questa chiesa sta a cuore agli abitanti di Saint-Étienne-du-Rouvray. Qui don Jacques Hamel ha amato e servito fino alla fine, come ha amato e servito nelle vie di questa città».

Entrato per primo nella chiesa, insieme a don Moanda, l’arcivescovo Lebrun ha ricollocato la croce da processione sul supporto dal quale era stata strappata e poi gettata a terra. Quindi ha presieduto il rito di riparazione aspergendo con l’acqua santa le mura dell’edificio, l’altare e l’assemblea formata dai circa 250 fedeli. Prima dell’inizio della celebrazione eucaristica è stato rimesso al suo posto anche il cero pasquale.Poi l’arcivescovo ha decretato che da quel momento la porta d’ingresso della piccola chiesa sarebbe diventata, insieme a quella della cattedrale, la seconda porta santa della diocesi nell’anno della misericordia. «I pellegrini che la varcheranno — ha annunciato — riceveranno la grazia dell’indulgenza».

All’omelia l’arcivescovo ha richiamato l’appello di Gesù a essere suoi testimoni. Da quasi venti secoli «la croce è innalzata, la luce della risurrezione è accesa e trasmessa da testimoni» ha ricordato. «Gli assassini di don Jacques hanno strappato una croce, hanno rotto un grande cero pasquale ma non hanno potuto togliere la sua vita donata, la sua speranza che, mi è stato detto, alla vigilia della morte risplendeva più del solito».

E al termine della messa è stato anche posta tra le mani della statua della Madonna di Fátima, in fondo alla chiesa, la corona del rosario che durante la brutale aggressione a don Hamel venne gettato a terra dagli assassini.

A distanza di alcune settimane dalla tragedia, ci si rende conto di quanto «don Hamel rappresenti un esempio di fedeltà al ministero sacerdotale. Una fedeltà basata sull’umiltà, sul dono di sé agli altri nella carità» ha dichiarato l’arcivescovo all’Osservatore Romano. «Ripetendo al suo assassino “vattene Satana” don Hamel ha messo in pratica l’affermazione di san Paolo secondo la quale la carità perdona tutto. L’amore per la persona umana, compreso il proprio aggressore, fa in modo che s’identifichi con lucidità il vero autore del male. Nel caso di don Hamel, la fedeltà ha costruito la carità».


di Charles de Pechpeyrou

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18 agosto 2019

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