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Per riadattarsi alle categorie dell'umano

· ​Il 5 febbraio si celebra il Safer Internet day ·

Non è un caso che il tema del Safer Internet day 2019 che si celebra il 5 febbraio, sia “Together for a better internet”. La dimensione dell’“insieme” rappresenta, infatti, una delle istanze primarie di quel cambio di paradigma interpretativo che riguarda i media nel tempo presente. Un paradigma che tutti (addetti ai lavori e non) annusano e fanno proprio elaborando riflessioni profondamente diverse da quelle esclusivamente tecnicistiche, proposte fino a qualche anno fa. Ci stiamo rendendo conto, di fatto, che i media sono cambiati. Non soltanto da un punto di vista tecnico, riducendosi nelle dimensioni e ampliandosi nelle potenzialità. Ma soprattutto, da un punto di vista conoscitivo. L’uomo utilizzatore tende a percepirli sempre meno come oggetti, vivendo le esperienze che fa attraverso di essi in modo più naturale. Le logiche del digitale hanno, in un certo senso, smaterializzato la tecnologia, normalizzando e umanizzando le pratiche a essa legate. Non dobbiamo più varcare soglie sintetiche per fruire contenuti mediali come accade(va) per la televisione o la radio. Oggi, il tempo dei media è vissuto in piena continuità con i tempi sociali che scandiscono la nostra quotidianità. Telecomandi, fili, transistor, apparecchi voluminosi lasciano spazio a dispositivi minimali e “smart”, il cui possesso (e uso) non è più correlato, dunque, all’artefatto tecnologico ma alla potenzialità di connessione. Media oggi significa essere connessi, sempre e ovunque. Vuol dire vivere porzioni di vita online, senza bottoni di accensione o spegnimento, senza confini o griglie temporali prestabilite. Si tratta di una rimodulazione esistenziale impegnativa che non tutti, però, comprendono e accettano. A volte per ingenuità, altre per pregiudizio, altre volte ancora per mero tornaconto personale. Demonizzazioni, rifiuti, censure, moralismi o legalismi di maniera sono all’ordine del giorno quando si parla di web, di spazi digitali o social network. A questa visione “patologica” (per la quale il web sarebbe un fattore di inquinamento culturale) si affianca, di contro, un significativo sforzo educativo, mirato a rendere “internet migliore”, proprio come ci suggerisce l’iniziativa odierna. Lodevole certamente, come lo sono tutti i decaloghi, i manifesti, le agende, le regole che provano a “migliorare la rete”, ma ancora insufficiente. Internet non è (più) uno strumento da usare. Pensarlo come un soggetto autonomo, dotato di senso intenzionale, capace di azione e libertà di scelta, è una lettura del fenomeno che impedisce di scoprire i veri significati di ciò che il web rappresenta: non più un processo verticale gestito da élites esclusive, ma una dimensione orizzontale che riflette appieno la nostra umanità. Adesso i media, nella loro declinazione digitale, siamo diventati noi. Una “social community” è certamente un insieme di individui che si ritrova online, ma ancora di più è il tipo di relazione che si genera al suo interno e, di conseguenza, qualifica quelle persone. Che altro non sono che donne e uomini che amano, odiano, gioiscono o soffrono. Che desiderano incontrare, conoscere, educare, affermare la propria identità, raccontarsi e rappresentarsi. E che trovano nei territori digitali l’opportunità di farlo. A volte in modo sconsiderato, autoisolandosi, disprezzando il prossimo o commettendo addirittura atti criminali. Altre volte creando — scrive Papa Francesco nel messaggio per la 53ª giornata mondiale delle comunicazioni sociali — occasioni «per promuovere l’incontro» e «affermare il carattere interpersonale della nostra umanità». Un’umanità che può cadere nella rete, alterando se stessa oppure decidere di proiettare nei media la bellezza della sue membra e del suo corpo. Non a caso Francesco sceglie il passaggio della Lettera di San Paolo agli Efesini come metafora perfetta di una comunicazione cristianamente ispirata che depone la menzogna e afferma la verità. Per arrivare ad affermare quella reciproca relazione di comunione che è prima di tutto con Dio che, pur di comunicare (e comunicarsi) con noi, «si adatta al nostro linguaggio, stabilendo nella storia un vero e proprio dialogo con l’umanità». La sfida, dunque, è proprio in quel “(ri)adattarsi” a tutte quelle categorie dell’umano che fanno parte della nostra esistenza da sempre e spesso in rete mettiamo da parte. Intelligenza, rispetto della dignità della persona, ascolto, dialogo, prossimità, diventano, pertanto, le bussole per orientare — scrive il Pontefice — quell’«autentico cammino di umanizzazione [che] va dall’individuo che percepisce l’altro come rivale, alla persona che lo riconosce come compagno di viaggio».

di Massimiliano Padula

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21 novembre 2019

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