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Restauro di luce

· «Lo sguardo di Michelangelo» a San Pietro in Vincoli ·

La luce e la musica di Mosè sono tornate a mostrare la forza mite della pietra. Nella chiesa di San Pietro in Vincoli, la sera del 5 ottobre, di fronte al Mosé e al cenotafio di Giulio II di Michelangelo, il ministro Franceschini è stato testimone di un fatto storico: quello della luce e della voce ritrovate, che sono tornate a splendere sulle sculture e a risuonare dal coro di quel monumento insigne.

Si tratta, in breve, di una complicata storia di finestre accecate e parzialmente ridischiuse da lunghi meditati restauri. Da un lato con Roma capitale, a dieci anni dall’unità d’Italia e con la trasformazione del convento in facoltà di ingegneria, all’esito della trasformazione in beni demaniali degli edifici dello Stato della Chiesa, erano state chiuse per l’edificazione delle contigue aule universitarie le finestre dalle quali prendeva luce naturale, nelle diverse ore del giorno, il capolavoro michelangiolesco. A questa grave alterazione visiva si è posto ora rimedio con un nuovo apparato di illuminazione a luci cangianti che può a pieno titolo definirsi un restauro tecnologico immateriale ed insigne.

D’altra parte non meno grave era stata la menomazione acustica arrecata assai prima al monumento: le finestre sommitali della imponente quinta architettonica adorna di sculture erano state accecate violando lo strumento musicale rinascimentale destinato alle voci. Da quelle finestre dovevano infatti discendere i canti del coro retrostante, risuonando sotto la volta quattrocentesca.

Al culmine della facciata in stile attico, le finestre che ricordano quelle dipinte al sommo degli architravi negli affreschi di Melozzo da Forlì sono state finalmente riaperte e al posto degli usuali putti dipinti contro i quali tuonava Francesco Milizia, qui nell’architettura reale e non illusiva sono tornate ad affacciarsi ora, per la prima volta dopo secoli di sigillo, le sagome e le voci dei cantori.

C’era poi una terza serie di finestre che è stata dischiusa — stavolta solo metaforicamente tramite uno schermo — e sono quelle della consapevolezza, del riconoscimento, del saper vedere.

Il soprintendente di Roma Prosperetti ha organizzato e presentato l’evento, nel corso del quale è stato proiettato in prima visione il restauro del documentario quasi muto Lo sguardo di Michelangelo, ma risuonante di vaste e potenti eco di passi, di respiri, di carezze e infine anche di musiche, girato nel 2004 da Antonioni. Nel vedere questo filmato si comprende quanto le opere andrebbero prima di tutto ammirate, almeno un millesimo del tempo che trascorrono al loro cospetto in contemplazione della meraviglia, e non solo in azione, i restauratori. Si comprende così meglio quanto virtuosismo e quanto ingegno vi sia stato nel rendere leggeri e quasi trasparenti e luminosi i marmi, con pieghe profonde e strette per scolpire le quali si dovevano affondare in posizioni improbabili entrambe le braccia sino alle spalle e in quelle condizioni maneggiare sapientemente mazzetta e scalpello. Soprattutto le carezze delle mani di Antonioni sulle mani di pietra delle sculture ha reso la fragilità del pubblico, che si sente vivo al cospetto dei marmi mentre invece al loro confronto siamo poco più che ombre temporanee.

Un concetto spiegato meglio di chiunque altro da Alberto Savinio in Ascolto il tuo cuore o città (1984) parlando delle scene della storia sacra e delle singole figure dipinte da Giotto agli Scrovegni, nell’Arena di Padova. Sono loro a vivere, e posano alla vista immobili solo per rispetto e riguardo verso chi le ammira. Antonio Forcellino, che il monumento lo ha restaurato, studiato e riconosciuto, ha spiegato come e quanto un’opera cinematografica possa illuminare e svelare anche a chi crede di sapere.

Il nome stesso di Mosè significa «salvato dalle acque» (Esodo 2, 10) e qui si sottintende un bambino, in riferimento all’evento del ritrovamento della cesta sul Nilo, preludio e annuncio di quelli adulti della liberazione dalla schiavitù attraverso il mar Rosso e dell’acqua che disseta sgorgando dalla roccia nel deserto. Ma questo nome, che non è ebraico, poteva anche probabilmente significare semplicemente figlio, come per le Muse figlie della memoria e a cascata per la musica, i mosaici e i musei, nonché per la consolazione piacevole, in lingua francese, nel riflessivo s’amuser. O derivare addirittura da quello di Tutmosis-Thutmose.

Nella giovane età della cantoria dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, formata da ragazzi e ragazze tra i 15 e i 21 anni, è tornata appieno a calare la musica del Mosè michelangiolesco, mentre il suo sguardo brillava nella luce cangiante del giorno al passare delle ore e delle nuvole, sapientemente restituita.

di Francesco Scoppola

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