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Restano solo il cielo
e i barconi

Porre le domande sbagliate difficilmente aiuta a risolvere i problemi. E non serve neppure per distinguere posizioni e orientamenti, soprattutto quando viene costruita una polarizzazione che si vorrebbe risolutiva perché immediatamente sovrapponibile a uno scontato giudizio morale. I flussi migratori fra le sponde del Mediterraneo sono purtroppo un esempio di questo equivoco, che rende il dialogo sempre più difficile proprio perché gli interlocutori si accusano reciprocamente di scalzare i pilastri della stessa convivenza democratica, come se davvero qualcuno volesse usare la forza per impedire di “salvare vite umane” o, dall’altra parte, ci fosse chi spalanca porte e finestre di fronte a un’invasione che metterebbe a rischio la sicurezza dei cittadini e la continuità della nostra tradizione e dei nostri valori. La sfida radicale di fronte alla quale tutti sono chiamati a prendere posizione è un’altra e proprio il fatto che l’Italia non viva in questo momento un’emergenza legata al numero degli sbarchi (è sufficiente consultare il “cruscotto statistico” del ministero dell’interno e confrontare i dati del 2018 e del 2019 con quelli degli anni precedenti per rendersene conto) potrebbe consentire una riflessione più pacata e attenta alla forza degli argomenti anziché delle emozioni.

Esiste o no — in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali — un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato? È questa la prima e cruciale domanda alla quale rispondere. Ed è una domanda che fa scricchiolare pericolosamente una serie di presupposti che hanno aiutato il mondo occidentale e l’Europa a convivere con la contraddizione fra l’universalità dei principi solennemente proclamati in tante Dichiarazioni e la realtà delle situazioni «la cui ingiustizia grida verso il cielo», come scriveva più di mezzo secolo fa Paolo vi nella Populorum progressio. Questi presupposti erano la fiducia nella dinamica insieme espansiva e inclusiva delle istituzioni democratiche, la convinzione che il libero commercio e il libero mercato garantiscano più o meno spontaneamente le condizioni di sviluppo necessarie per rendere almeno tollerabili le disuguaglianze fra i popoli, il buon funzionamento dei meccanismi di governance ai quali affidare il bilanciamento fra sovranità e interessi nazionali e responsabilità globali. Oggi dobbiamo riconoscere di essere di fronte a una disfatta, se è vero che ci sono nel mondo decine di milioni di persone che lasciano i loro paesi in cerca di dignità e speranza, anche senza voler scomodare il diritto alla ricerca della felicità, ben difficile quando la sfida quotidiana resta quella della ricerca dell’acqua potabile.

Non si tratta, con tutta evidenza, di decidere cosa fare quando un mezzo improvvisato si trova in mezzo al mare stipato di uomini, donne e bambini. Questo è diventato un problema prima di tutto per colpa dell’Unione europea, incapace di dimostrarsi all’altezza dei valori sui quali è stata fondata e di modificare norme che lasciano nelle mani di pochi il cerino di questa responsabilità. Lo spettacolo dei negoziati che si aprono per “ricollocare” 30 o 40 migranti è umiliante e non ci si può meravigliare che alla fine anche la più solida tradizione di solidarietà e accoglienza vacilli e si allarghi il consenso ai cosiddetti “sovranisti”. Si tratta però di dire con chiarezza se si intende questo soccorso in continuità con un elementare dovere di umanità o con la tesi che occorre garantire a tutti la possibilità di cominciare una nuova vita nel paese che preferiscono, perché è questo il “nodo” fondamentale. Se si ritiene che le frontiere non possano comunque essere aperte per chiunque desideri varcarle, il problema diventa immediatamente quello della regolamentazione, dei controlli ed eventualmente delle soglie da fissare, piuttosto che di una pregiudiziale e aggressiva contrapposizione fra visioni del mondo. Si può cominciare a parlare concretamente di questo e su questo, se necessario, andare a un confronto anche molto duro con gli altri paesi europei?

C’è un punto, peraltro, sul quale tutti dovrebbero essere d’accordo. Gli sbarchi continueranno. In Italia la speranza di vita supera gli 80 anni, mentre si ferma intorno ai 55 in alcuni fra i paesi africani che più contribuiscono a questi flussi (anche se al primo posto nel 2018, è bene ricordarlo per evitare anche in questo caso affrettate semplificazioni, c’era la Tunisia, i cui dati sono ben diversi e, almeno per questo indicatore, non lontanissimi da quelli europei). Sempre in questi paesi (dati consultabili su: World health statistics 2018: monitoring health for the sustainable development goals) la mortalità materna si misura ancora in centinaia di donne (fino a 800) per ogni 100.000 nati vivi (in Italia sono 4) e un bambino può avere fino al 10 per cento di probabilità di morire prima dei 5 anni (in Italia la percentuale è dello 0,33). Perché non dovrebbero partire? In fondo, non scelgono neppure la via della violenza, che la Populorum progressio riconosceva come grande tentazione quando intere popolazioni sono «sprovviste del necessario» e si vedono preclusa «ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica» (§ 30). Cercano solo di entrare nel mondo dei “ricchi”, i cui territori sono peraltro a loro volta segnati dalle ferite sempre più profonde della disuguaglianza e del disagio. Non ce la fanno più ad aspettare di essere aiutati “a casa loro” da governi la cui capacità di solidarietà, sempre grande negli annunci, sembra poi fermarsi ai confini dei rispettivi elettorati. E così la dignità di questi esseri umani viene giocata in una spietata corsa a eliminazione, che passa per il deserto del Sahara, prosegue in Libia e si conclude, per i più fortunati, su una barca che non affonda e che qualcuno, infine, avvista e soccorre. Non basta salvare queste vite, mentre tanti continuano a morire e a considerare il rischio di questa traversata e le condizioni che li attendono in paesi dove non tutti li accoglieranno a braccia aperte un prezzo che vale comunque la pena di pagare. Perché è più importante provarci.

Quanto sarebbe rassicurante sapere che si tratta semplicemente di qualche migliaio o anche di alcune centinaia di migliaia di persone da non lasciar morire nel “nostro” mare. Ma non è così. Papa Francesco ha scritto che c’è un’economia dell’esclusione e dell’iniquità che, letteralmente, uccide: la legge del più forte domina tutte le relazioni umane e grandi masse di popolazione — gli “scarti” della competizione — «si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita» (Evangelii gaudium, 53). Proiettare su scala globale l’affermazione che questa economia uccide significa, senza equivoci, affermare che quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza. Anche su questo, d’altronde, non riusciamo a metterci d’accordo, con il risultato che entrano inevitabilmente in campo i giudici. Si aprono così nuove polemiche e i toni sempre più aspri amplificano l’evidenza di un fallimento che è davvero di tutti. C’è un’ingiustizia che grida verso il cielo, mentre per gli ultimi la speranza di una via d’uscita è un posto su un barcone.

di Stefano Semplici

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22 agosto 2019

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