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Restano le cavallette

· Sinéa Pinheiro Barra dall’Amazzonia alla missione in Camerun e Ciad ·

Sinéa Pinheiro Barra è una missionaria saveriana originaria dal Pará, in Brasile. Dopo anni di preparazione e di impegno apostolico nel suo Paese, dal 1999 vive la missione in Africa, in Camerun prima e in Ciad ora. Durante un suo recente soggiorno in Italia, le abbiamo posto alcune domande.

Dove e come si sono svolti questi suoi sedici anni di missione?

Ho vissuto i miei primi anni di missione in Africa, dal 1999 al 2008, nell’estremo nord del Camerun, nella diocesi di Yagua, precisamente a Nouldayna, dove ho lavorato nella catechesi degli adulti e nella pastorale giovanile e dei bambini. 

Suor Sinéa con alcuni collaboratori

È stata una condivisione di fede con il popolo Masa, vissuta in un clima di fratellanza e amicizia: anni di arricchimento reciproco e di gioia. E se le difficoltà non sono mancate, con l’aiuto del Signore, delle mie consorelle e del popolo Masa sono però riuscita a superarle. Durante i due anni di aggiornamento catechistico trascorsi in seguito in Italia, problemi di salute hanno messo in forse il mio ritorno in Africa. Il Signore, però, nella sua grande misericordia, mi ha ridato le forze e rinnovato il dono della missione in Africa. Tornandovi nel maggio 2011, ho provato la gioia di cui parla Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, quando invita a una nuova tappa evangelizzatrice marcata dalla gioia del Vangelo. Questa volta la destinazione è stata il Ciad e la diocesi di Pala, a Berèm, dove la nostra comunità di sorelle è a servizio di tre parrocchie: Kumu, Pont-Caròl e Berèm. Cominciai subito lo studio della lingua e della cultura Musey: sei mesi intensi, ma il percorso d’inserimento non finisce mai.

Come vede oggi la missione?

La missione ci cambia. Si parte con il desiderio di annunciare il Vangelo, ma lì si scopre che i primi a dover essere evangelizzati siamo noi stessi. Il Signore ci evangelizza, anche la gente con la sua essenzialità e semplicità ci evangelizza. Ho capito che la missione è un dare e un ricevere: si insegna e si impara. Ho davvero ricevuto tanto. Oggi la mia famiglia mi trova diversa: prima ero molto esigente per il cibo, ora mangio tutto quello che mi presentano davanti. Al mio arrivo, il primo cibo africano che assaggiai fu la boule (pasta di miglio) dei Musey: per me fu uno shock mangiare mettendo tutti la mano nella stessa boule e nella stessa salsa. Mi dissi: se ti blocchi adesso, è meglio far le valigie e tornare a casa. Riuscii a superarmi e mi vinsi altre volte. Quest’anno ho mangiato anche le termiti, non perché le trovi buone, ma è una modo di assumere le consuetudini di vivere di un popolo. Riuscire a mangiare le termiti è stata una gioia, una vittoria su di me (ora però devo ancora mangiare le cavallette!). L’incarnazione passa per queste semplici cose e non finisce mai: ogni giorno ci si deve incarnare.

di Teresina Caffi

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14 novembre 2018

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